Terapia di un’anoressica

Rimanda ad un articolo che ha avuto spazio e generosa accoglienza in Medicitalia.it. La psicoterapia, forse soprattutto quella analitica, spesso riesce a risolvere questa patologia. Qualche volta non ce la fa a raggiungere i risultati sperati, ma insinua nell’animo di chi ne soffre un grande dubbio: che è forse è un passaggio necessario per ulteriori tappe di un lungo percorso.

http://www.medicitalia.it/minforma/psicoterapia/357-terapia-anoressica.html

Sulle emozioni

Risposta ad uno sconosciuto paziente che cerca di martirizzare il proprio corpo. Perché si taglia? Non è raro il caso di molti ragazzi che si tormentano in tal modo.

Perché? Perché non sopportano i dolori di alcune emozioni che tormentano la loro anima.

Ci sono emozioni positive che danno gioia, felicità, piacere, godimento, ed emozioni negative, che danno sofferenza, afflizione, dolore, angoscia.
Di solito, le emozioni positive sono gradite e quelle negative sono spiacevoli. Quelle spiacevoli sono anche sgradevoli, odiose, insopportabili.
Le emozioni negative, non tollerabili, devono in qualche modo essere sopportate da noi perché non sempre è possibile che un soggetto viva soltanto con emozioni positive e gradevoli.
Tuttavia, quando siamo a contatto con quelle sgradevoli, mal le sopportiamo. Esse scavano nel nostro animo dei solchi veramente profondi e pieni di “rifiuti”  psicologici che ci fanno male e ci dilaniano lo spirito. E non li sopportiamo, non li tolleriamo, ne siamo sovrastati.
Alcuni soggetti, più forti, riescono a fronteggiarli, altri, più deboli, quando sopravvengono emozioni negative, essendo più sensibili e, avendo una soglia di sopportabilità più bassa, sono portati ad avere una grande paura di tali emozioni negative e di essere da queste influenzati.
Essi soffrono, perché i mali psicologici, o dell’anima (o psiche, senza nessun richiamo a significati religiosi e di fede),  scavano trincee piene di molti malesseri e di forti dolori.

Le sofferenze psicologiche o dello spirito fanno più male di quelle fisiche.
La richiesta di chi ne soffre, non generalizzabile, né suffragata da ragionamenti logici, è la seguente: come non sentire più questi grandi malesseri psicologici?
Alcuni cercano rifugio in altri malesseri, fisici questa volta, organici. Se essi sono presi da questi, non sentono più gli altri, quelli psicologici. E allora cercano qualcosa che faccia male sul piano fisico: tagliare le loro carni, offrire il loro sangue pur di… non soffrire di emozioni  psicologiche negative. Può tornare il quadro che le ho fatto?
Però poi si cresce, o si esce da una situazione di debolezza dell’Io, e si diventa più coriacei, un po’, mica tanto, ma quel tanto che basta per non tagliarsi più. Perché adesso i mali psichici sono sopportati, e, man mano che andiamo avanti nella vita si sopportano sempre di più.
Poi ci sono ricadute, come quella che sta appena vivendo lei, e la soglia del dolore psichico ritorna o cerca di tornare ai livelli di una volta.
Che fare: resistere, resistere, resistere.
C’è anche la possibilità di sapere e capire perché quelle negative la influenzano così tanto da non riuscire a sopportarle e a contrastarle. Ma qui entriamo nel campo della psicoterapia analitica che scava nel profondo.

Provi a resistere, ce la farà.
Ovvero provi un percorso psicoterapeutico che la conduca verso le profondità del suo essere per comprendere cosa le fa più male e perché.

Tanti auguri e cordiali saluti.

Vampirismo come metafora – “Ti mangerei di baci”

Parlando di Vampirismo andrebbe fatta una distinzione tra un “vampirismo crudele e sanguinoso”, e un “Vampirismo di tipo psicologico”, mite e moderato.

Soltanto nel secondo caso, il titolo “ Ti mangerei di baci“potrebbe essere adeguato, attraente e suggestivo.

È questa, peraltro, una frase ricorrente tra due giovani amanti, che si scambiano effusioni e frasi d’amore.

“Ti mangerei di baci” è un’espressione denotativa propria della fisicità se si pensa che il bacio è la manifestazione più privata, carnale e sensuale tra due innamorati. Esso rappresenta forse il rito più profondo, intimo e intenso che si possa esprimere durante un atto d’amore.

Nemmeno l’atto sessuale è tale. Infatti, l’atto sessuale completo è dato dai genitali e quindi da organi preposti al rilascio dell’urina, cioè a parti del corpo che si occupano di espulsione di scorie. Poiché il bacio è dato dalle labbra e dalla bocca, organo preposto alla nutrizione, possiamo dire che il Vampirismo tenue, attenuato e simbolico, persegue un “principio di vita”, di crescita e di sviluppo. L’altro Vampirismo, riportato dalla fantasia popolare e da un tipo di letteratura immaginativa, è il vampirismo nero, fosco, buio, che sa di sangue e di violenza, che sa di un “principio di morte”.

Il Vampirismo più vero, quello cui spesso si fa riferimento, è quello degli aspetti negativi, quelli da rigettare, quelli da cui guardarsi, quelli da non mettere in opera, quelli che costituiscono i lati estremi e sanguinari, quelli più sporchi, ripugnanti e nauseabondi, quelli del succhiare il sangue dal corpo dell’amante. Questo tipo di Vampirismo potrebbe anche essere la brutta copia di un rapporto orale, ma mentre quest’ultimo è largamente apprezzato e non presenta forme dissociate, il succhiare, togliere e ingoiare il sangue dal corpo dell’altra, costituisce un atto repulsivo, caotico e sconvolgente, che ci riporta ad una fase primitiva e primordiale dello sviluppo filogenetico. Può essere dissociativo perché porta ad inglobare totalmente un soggetto amato, e nasce dal desiderio, dalla volontà e dall’impeto dell’incorporazione. E quindi può esprimere anche un senso di distruzione, di “separazione dall’altro” che viene considerato un oggetto da fagocitare e da annientare. Ma può anche indicare un modo di ricomporre in un’unità ciò che è stato scomposto e degradato dalla differenziazione (il maschile da una parte e il femminile dall’altra).

Il Vampirismo di sangue va anche considerato come un desiderio orale distruttivo e divorante, presente più che mai nell’inconscio di ogni essere umano.

Se esso è attuato da un uomo su una donna, può far pensare al desiderio di sbarazzarsi della donna, soggetto legato all’ancestrale possibile castrazione (paura e terrore vissuti inconsciamente dall’uomo).

Distruggere il soggetto principale, che può portare verso una sciagurata e malefica perdita e mutilazione del corpo, può mettere l’uomo al sicuro da forme di ritorno a temute e inconsce amputazioni.

Succhiare il sangue è anche desiderio del cibarsi e dell’acquistare dall’altro tutti gli elementi di vita, di salute o di malanno, di purità e d’impurità. Significa anche acquistare energia dall’altro.

Si tratta perciò di depredare l’altro della sua forza o di parte di essa per appropriarsene o per ridurre l’altro ad uno stato d’impotenza.

Ma, dicevamo sopra, il Vampirismo ha anche un carattere prettamente spirituale, o semplicemente psicologico, evento che accade quando si pensa ad un uomo che viene demolito da una donna, o che diventa preda di una femmina divoratrice che lo invalida e lo annienta con le sue malie e con la sue seduzioni, sino a distruggerlo. È questa l’anticamera della morte spirituale, la premessa alla distruzione totale, senza possibilità di ritorno. E non è migliore del primo, in questo caso. Viceversa può essere una donna oggetto di violenza psicologica, sia mentale, sia emotiva o sentimentale.

Quando parliamo di “Vampirismo psicologico” pensiamo ad una forza della psiche, che non è nostra, da depredare e da sottrarre ad un’altra persona. Quella forza rubata va a sommarsi a quella che il “vampiro” già possiede e che egli vuole enormemente ingrandire.

Quindi si tratta anche di sottrarre all’altro, amante, coniuge o compagno/a etc. tutta l’energia spirituale che possiede e di appropriarsene per ripristinare una potenza psichica che si è andata attenuando. In questo senso il “vampirismo” acquista una fisionomia molto più ampia e i vampiri possono essere tutti coloro che operano in modo da portare via l’energia dell’altro e farla propria.

Unitamente a tale funzione del vampirismo psicologico si può aggiungere un elevato sentimento di sé che non corrisponde alla realtà, ed è amplificato con la conseguente voglia di estromettere gli altri e di focalizzare la propria attività psichica soltanto e/o principalmente sulla propria persona e soprattutto sul proprio Sé. È quello che va sotto la voce di Disturbo Narcisistico di Personalità. Ciò comporta anche un’elevata considerazione di sé, un’indifferenza per gli altri e atteggiamenti egocentrici portati ad estreme conseguenze.

Da qui il convincimento della superiorità del soggetto che crede di poter divorare l’altro e succhiarne gli elementi di vita, e di esserne il padrone assoluto. In tale atto c’è l’aspetto di un’esasperata nutrizione di sé e della propria personalità a scapito di quella altrui.

Questa particolare funzione è propria di ogni forma di condizionamento.

Il vampirismo del sangue e del suo nutrimento rimane comunque segregato e nascosto nell’animo di tutti noi. Quest’istinto abita in angoli bui dell’inconscio collettivo e lì è tenuto a bada da altre forze psichiche che ne percepiscono la forza distruttiva e ammaliatrice ad un tempo. Non possiamo pensare ai vampiri veri, quelli che rubano gli elementi più importanti della nostra fisicità, come soggetti particolari e a noi estranei. Quella tendenza perversa è anche la nostra tendenza, appartiene a tutti noi. Tenerla a bada è importante ed essenziale, è una necessità per preservare sé e gli altri dalla forza distruttiva di questo archetipo.

Se invece ci lasciassimo corrompere dagli aspetti seduttivi di questa pulsione, metteremmo a rischio la nostra integrità psichica e quindi la nostra salute, perché gli archetipi, quando invadono la psiche sono devastanti: demoliscono il soggetto, rovinano l’altro, distruggono l’integrità della psiche.

Le notizie che ci giungono e che si riferiscono ad una specie di rinascita di riti iniziatici legati a questa forma d’istinto ci mettono in allarme. Da una parte perché questo risveglio sta dilagando tra giovani e giovanissimi, dall’altra perché già dobbiamo contrastare il risveglio di una forma di aggressività generica che si manifesta in molti modi e in tante situazioni che mettono a rischio la crescita e la formazione della personalità dei giovani.

La pericolosità deriva anche dal fatto che ci sono, oggi, metodi e tecniche associative che possono essere attivate in modo occulto e sostituire le obsolete associazioni segrete che comunque tanti mali hanno prodotto nella nostra società.

Ma la società siamo noi, e se tra gli adulti non vi sono più delle persone sagge, come riteniamo possibile arginare questa nuova, deprecabile e malaugurata forma di dissociazione sociale e mentale?

 

Antonio Vita

Psicologo-Psicoterapeuta

Gioco d’azzardo

Il retro del bar è una stanza piccola, con qualche sedia e 5 macchine elettroniche disposte lungo la parete più lunga, accese, e sullo schermo appaiono diverse immagini. Ognuno ha la sua. Attorno a quella centrale sono seduti con aria incredula, e con uno sguardo deluso perso tra lo schermo della macchina e il vuoto della parete,  tre ragazzini, poco più che bambini. Ogni macchina propone dei videogiochi alcuni dei quali, come quella che stanno contemplando con animo inquieto i nostri fanciulli, è un gioco dove si inserisce da una fessura una moneta, o un gettone acquistato al banco del bar, dopo di che spingendo in basso una leva posto alla destra della macchinetta, partono sullo schermo della macchina tre file di numeri o di oggetti che girano vorticosamente per rallentare e fermarsi, ognuna con un numero o figura. Se le tre strisce si fermano su uno stesso oggetto, e cioè se appaiono sullo schermo tre oggetti uguali, o tre numeri uguali, la macchina  butta fuori dal suo ventre un numero imprecisato di fiche . E questa è la vincita. Ma se le figure sono diverse e non sono allineate tutte tre su uno stesso oggetto, il giocatore perde la sua fiche. Chi gioca di solito è così allenato che inserisce nella macchina una fiche dopo l’altra, perdendole, per fermarsi soltanto quando si combinano tre figure uguali, e allora il giocatore aspetta che la macchina vomiti le fiche di vincita che raccoglie e mette in un contenitore di plastica. Tutti e tre i ragazzi guardano la macchina centrale, come in trance, con un’ espressione inebetita, propria di coloro che non riescono a darsi pace per essere stati recentemente “ripuliti” di tutti i loro averi, e che non hanno più nemmeno uno spicciolo, tutti tre insieme, per acquistare un’altra sola fiche da giocare.

Entra un giovane di 35-40 anni circa e i tre lo riconoscono come un piccolo industriale del luogo che porta in mano un cospicuo numero di fiche appena acquistate dalla cassa del bar. I tre sgranano gli occhi al vedere tutta quella abbondanza, e non si rendono conto a quanto possa ammontare  il gruzzolo del giovane. Sbarrano gli occhi e seguono la partita tra la macchina e il nuovo giocatore. Si appassionano a tal punto che pare che essi stessi siano in partita. Il giovane al terzo tentativo riesce a guadagnare una vittoria: sullo schermo sono apparse tre ciliege, e da sotto uno scroscio di fiche riempie il contenitore della distribuzione della macchina. Esultano i tre ragazzi, in silenzio però, per non far perdere la concentrazione al giovane, che freddamente continua ad inserire fiche, una alla volta, con velocità. Ma poi una dopo l’altra, le perde  tutte.  La delusione è sul volto soprattutto dei tre ragazzi. Il giovane imprenditore va di là e ritorna con un gran numero di fiche, e ricomincia velocemente a giocare. Le fiche sono di un euro l’una e ad occhio e croce i tre ragazzi convengono in cuor loro che nella prima fase della partita il giovane abbia perso più di 200 euro. Adesso ha in mano fiche per altri 200 o forse 300 euro. Ma anche questi in pochi minuti vengono ingoiati dalla macchina. Il giovane ritorna alla cassa e questa volta acquista una quantità cospicua di fiche. Ma anche queste, in pochi minuti, vengono ingoiate “voracemente” dalla macchina. Il giovane ha perso tutta la somma che aveva in portafoglio. Guarda l’orologio, ha fatto tardi, dà un col pettino al fianco della macchina, come fosse un saluto ad una vecchia amica, ed esce.

I tre ragazzi, allibiti, affascinati, ubriachi di fantasie e di attese deluse, fanno i conti :  il giovane ha perso in poco più di mezzora  2.000 €. E rimangono lì pensierosi a meditare e ad aspettare il prossimo giocatore che alle 4 del pomeriggio entrerà nel retro del bar e continuerà a giocare con la macchina, la quale, senza pensieri e sentimenti, sta lì, in inconscia attesa che qualche altro giocatore  si cimenti con essa, pronta ad ingoiare e a gonfiarsi di fiche.

Ce ne sono tante di storie come questa, così come ci sono giochi più sofisticati, più attraenti, come i video poker, dove si azzardano cifre di danaro grandi e piccole. La macchina specializzata per il poker c’è nel bar, proprio a fianco delle altre, e manda le sue luci azzurrine, soffuse, attraenti, mistificatorie, seduttive, pronta per entrare in attività. Un’attività automatica, non ragionata e continua, destinata ad inghiottire fiche, sino ad una sazietà smisurata, ma non gustata, perché la macchina non gode delle vincite e non soffre delle perdite. Essa è lì per fare il suo percorso di ogni giorno. L’attesa non la sente come tale, giocare o non giocare per essa non ha significato. Essere accesa o spenta o inattiva non le crea nessuna emozione e nessun effetto, né magico, né diabolico, né beato, né dannato.

Invece il fascino del gioco d’azzardo ha preso i tre ragazzi, come prende tutti coloro, giovani o meno giovani, vecchi ed anziani che si avvicinano con un pugno di fiche ad una o all’altra macchina.

Si dice d’azzardo perché il giocatore rischia somme di danaro in suo possesso senza sicurezza alcuna di poterle conservare o senza l’assoluta certezza di poterle incrementare. Spesso tale stato d’animo è accompagnato da un malaugurato presentimento di perdere tutto quello che possiede. Ma non per questo egli è pago, e il gioco non si interrompe.

Ci sono i casinò, dove si giocano somme di denaro in tanti diversi modi, luoghi che in Italia devono essere approvati dallo Stato. Ma vi sono anche molti altri giochi che non hanno bisogno di casinò, giochi con scommesse a cui tanti si appassionano, come il lotto, simili e derivati, e tutti quelli legati alle partite di calcio, alle corse di cavalli, di cani, ai gratta e vinci  e così via.  Alcuni giochi e relative scommesse sono clandestini, ma la maggior parte sono consentiti.    I giochi  legali e autorizzati avrebbero anche uno scopo ricreativo, la loro funzione dovrebbe essere quella di rilassare, di dilettare, di far sognare. Ma spesso i giochi finiscono con l’assumere un sapore amaro e anche drammatico, quando essi si “fanno pesanti”, e il giocatore si ostina caparbiamente a puntare somme sempre più grandi e più consistenti.

Ci sono giocatori che per scommettere, fanno debiti e sacrifici particolari, tanto da mettere in mezzo la famiglia, i figli e la consorte. O ci sono consorti che mettono a repentaglio le risorse della famiglia, perché il gioco d’azzardo non è un gioco che si coniuga solo al maschile, ma anche al femminile. Le donne, al pari degli uomini, sono spesso accanite scommettitrici.

I giochi di tal genere appassionano, purtroppo, anche bambini e ragazzini e non sempre i controlli sono sufficienti ad evitare che essi si cimentino con queste macchine diaboliche. I giocatori, spesso, diventano malati, non resistono alla seduzione del gioco, e si appropriano del denaro necessario per scommettere, per giocare.

Quello che è iniziato come un gioco, piacevole  e divertente, diventa dramma, a volte tragedia. Ci sono casi di suicidi di persone che hanno perduto tutto al gioco.   Il gioco d’azzardo ha attratto tantissime persone, ed è stato descritto anche da grandi romanzieri. “ Il giocatore “ è un romanzo di  Dostoevskij, pubblicato nel 1866 e  scritto per necessità, perché lo scrittore doveva pagare dei debiti di gioco (!!!!).

Ma perché si gioca d’azzardo,  quali sono le motivazioni che sottendono a questa forma di follia, di esasperazione dei sensi e della mente, delle emozioni  più assurde, le più pericolose per la vita e per la salute fisica e psichica?

Il gioco d’azzardo dipende da un impulso incontrollato che porta ad un’azione quasi coercitiva, una “coazione a ripetere” per dirla con Freud, una costrizione a reiterare un certo rituale per raggiungere l’appagamento di un desiderio il più delle volte nascosto, una voglia di sfidare la sorte, il fato, di  ottenere la soddisfazione di impulsi atavici che possono compensare la persona di affetti non goduti o non appagati, o attenzioni da parte dei genitori invano attese, richieste e desiderate, ma non avute. Ne va di mezzo anche la fiducia di sé e del proprio Io, del proprio agire. Spesso la spinta ad azzardare è dovuta ad una scarsa autostima che può avere come triste conforto il gioco contro un nemico inesistente, nemico che vive soltanto dentro il proprio Io sofferente e logorato.

Diventa anche un vizio, un’abitudine dai cui è difficile separarsi, allontanarsi, venirne fuori  per sempre. Nasce quindi una necessità di procacciarsi denaro per soddisfare un’esigenza perversa, ma così intensa  che non permette scampo. Un vizio assurdo dal quale è difficile uscire. Tali impulsi di rivalsa si manifestano appunto in azioni compulsive, che il soggetto deve compiere per smaltire l’ansia che si accumula dentro il proprio IO, forse nelle parti meno conosciute e meno chiare della sua personalità.

Solo la psicoterapia, e a mio modo di vedere, può combattere questa infezione psichica e sortire effetti di pulizia di sortire effetti di questa sindrome complessa e pertinace, ostinata, persistente che assale il soggetto e non lo molla sino alla rovina sia sul piano finanziario che su quello esistenziale.

Il gioco può assumere una forma di perversione che può essere devastante sul piano mentale e che può assumere una particolare importanza sulla sfera personale, privata, ma anche sociale.

Scommettere può essere una cosa esaltante, eccitante, ma occorre che non degradi e non si trasformi in una vera  e propria malattia dell’anima.

Quando diventa un’oscura necessità della persona, allora significa che il giocatore è entrato in un cerchio fatale e stregato, dal quale egli non riesce ad uscire , mentre chiunque voglia penetrarvi non riesce a farlo. Il soggetto è isolato, rinchiuso nella sua solitudine, perso nei suoi oscuri e logoranti pensieri.

Occorre comunque aiutarlo ad  uscire da questa situazione.

Per lo psicoterapeuta  è una sfida  difficile, per i familiari spesso è un’impresa impossibile.

* Antonio VITA

Psicologo-psicoterapeuta

 

Impudicizia o creatività?

 Qualche anno fa, un mio conoscente mi confessava che un suo amico era solito portare nel portafogli delle foto osé di donne nude che mostrava agli amici più intimi. Mostrarle agli amici gli dava un senso di esaltazione molto appagante. In verità, in gran parte, erano foto di sua moglie, mi spiegava poi il mio confidente, glielo confessò con una certa aria di complicità il possessore del “tesoretto”. Ma poi confidò anche che la moglie sapeva bene l’uso che il marito faceva delle sue foto, ne era entusiasta e si eccitava a farsi fotografare, mostrando compiaciuta le sue nudità.

Insomma, tale gioco, ridestava i sensi di entrambi, che ritrovavano l’antica attrazione ormai sopita dal tempo. E dall’ usura della ripetizione.

Adesso i mezzi sono cambiati. L’uso di cellulari, ha permesso di svincolare i segreti delle nudità femminili (o maschili).

Oggi le cose si fanno in grande ed è tramontata la figura dell’amico che di nascosto fa vedere, dopo il caffè pomeridiano, le foto della donna, amante, amica, a un suo conoscente.

Adesso le nudità si mettono in rete. Io non so se c’è una macchinazione tra chi ritrae e chi posa, e se la donna accetta sempre di buon grado che il suo corpo sia esposto agli altri, ma certo è che quando una persona si fa fotografare, nuda o vestita, sa bene che poi quell’immagine diventa nota a tanta gente.

Oltre alle immagini, oggi si è passati ai video che riportano le gesta che una coppia compie nell’atto sessuale. Ritengo, credo, suppongo che la donna ci metta sensualità, gusto e sapienza nel farsi fotografare, consapevole che quelle immagini non rimarranno mai nel “portafogli” del suo amante, ma saranno diffuse ad ampio raggio. Infatti, oggi le foto e i video diventano di tutti e molti sono quelli che ne possono fare un uso improprio e scorretto.

C’è forse un gusto recondito nell’animo della donna che si fa fotografare?

Io penso di sì. In sede psico-terapeutica può essere capitato di aver udito l’eco di chi ha sperimentato un fatto del genere. Però quando si arriva a effetti devastanti, c’è da mettere in conto che alcune situazioni si fanno molto complesse e complicate, e le emozioni, i sentimenti, le suggestioni possono alterare la sensibilità e le tardive responsabilità di chi le ha commesse.

Ma se nella donna c’è nascosto un senso di gratificazione nel mostrare le proprie forme e le proprie performance, non credo che queste siano soltanto delle eccezioni. Queste forme di esibizionismo sono parte della natura umana, parte dell’Ombra della donna (o dell’uomo), che ne gode e che si eccita a mostrare le proprie “segretezze” a molti. Anzi, sembra proprio che desideri che ciò che è segreto e riservato divenga  pubblico e noto.

L’animo umano è sfaccettato, e insieme a molte virtù, nelle profondità dell’animo, in quella parte che noi chiamiamo “inconscio”, ci sono sempre presenti desideri di sfrontatezza, di oscenità, di impudicizia.  

O si tratta di creatività, originalità e stravaganza?

 

agosto del 2016

Antonio Vita –  Analista junghiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MEMORIA (e metafore) in Psicologia Analitica

di Antonio Vita

CI SONO MOLTE METAFORE NELLA PSICOLOGIA,  IN PARTICOLARE IN QUELLA ANALITICA E DEL PROFONDO, CONSERVATE E TRAMANDATE DALLA STORIA, DAI MITI, DALLE LEGGENDE E DALLE FIABE DEI BAMBINI. E DA ARCHETIPI. TUTTO CIÒ CI AIUTA A CAPIRE MEGLIO IL COMPORTAMENTO UMANO.
  • Dicono molti studiosi, anche non psicologi del profondo, che “I ruoli scartati dall’Io sono ruoli considerati colpevoli”. E per liberarci da questo peso, la nostra coscienza li attribuisce ad altri: cioè a soggetti finti, immaginati o inventati. Questo processo mentale, lo chiamiamo “proiezione”, e ci fa comodo per non sentirci responsabili di molte nostre perverse azioni. Questi soggetti a noi esterni e presenti soltanto nell’ immaginazione sono figure simili a queste: il diavolo, l’orco, la strega, il mago cattivo etc.. Questo dinamismo di difesa a livello individuale si estende anche sul piano “collettivo”. Allora la proiezione è indirizzata non su un essere cattivo, o sul maligno, ma su una razza, su una cultura diversa, su una stirpe, su un popolo. E questo risolleva l’animo di tutti, sia individualmente, combattendo fantasmi interni logoranti e gravosi, sia sul piano collettivo, perché si affrontano immagini collettive, deleterie. E ci si libera di loro.
  • Chiarendo meglio il pensiero esposto, questo dinamismo di difesa permette di tacitare la coscienza. Sia sul piano personale: “non sono stato io a farlo, è stato il “diavolo” che mi ha trascinato a pensare o a fare un’azione cattiva”; sia sul piano collettivo, che permette di attribuire e addossare agli altri, ai soggetti deboli, trasgressivi, irregolari, che la pensano in modo diverso, esseri ignobili, la necessità di assumere le misure per allontanarli in tutti i modi possibili. Quindi, quello che si rimuove perché è scomodo a sopportarsi, lo si proietta su altri soggetti che vengono considerati, “collettivamente”, entità perverse, cattive, insulse, fragili, da disprezzare, e da sconfiggere, a costo di distruggere tutte le espressioni civili di un popolo. E allora avviene la caccia ai lupi, alle bestie che avvelenano e insidiano il “modo di vedere e vivere la vita”.

      Quindi, bando al nemico che va distrutto, sconfitto, cancellato dalla faccia della terra,  perché in lui vengono proiettati il cattivo comportamento e tutti i malanni    che inconsciamente   sono  stati rimossi perché inquinanti.

  • Questo dinamismo permette di comprendere o intuire cosa è una “razza pura”, una razza che non ha limiti per il potere. “”Ciò avviene perché, unitamente all’istinto sessuale che è atavico e primordiale, e permette l’espansione verso la vita, il progresso, e la riproduzione della specie, c’è anche insito nell’inconscio umano un altro istinto, disperato e pericoloso, che è quello “del potere e dell’”onnipotenza”””. Qualcuno attribuiva ad un dittatore moderno queste parole che cito a memoria e in modo impreciso:.
  • Se questi soggetti sono deboli, affranti, demotivati e soprattutto “contrari” alle idee correnti, essi devono essere distrutti. I mezzi per farlo sono tanti e la storia ce li ricorda: Troia fu distrutta dalla civiltà ellenica; i Macedoni, con Alessandro il grande (figlio di Filippo II) distrussero altre civiltà e conquistarono l’oriente, noi stessi dopo la scoperta dell’America, e cioè poco tempo fa, distruggemmo una civiltà, nel Nord, quella degli Indiani d’America che da molti milioni sono ridotti a 200.000 unità e vivono ancora nelle riserve. Gli Stati Uniti non vollero distruggere la civiltà nera, e preferirono comportarsi diversamente: “li assimilarono”, alla loro civiltà, cercando di dissolvere l’apartheid nei loro confronti, anche perché i neri d’Africa, importati con la forza nei secoli scorsi come schiavi, ultimamente, nel XX secolo, furono gli inventori di una grande musica che proviene dal loro animo, ammalato di tristezza e di “malinconica allegria” e sottoposto a tante tragedie: la musica Jazz.
  • Sì, proprio il Jazz, già proibito dai Tedeschi nazisti in Germania e nelle terre conquistate, e da Mussolini in Italia, che però si vide crescere in casa un figlio che fu uno dei più grandi jazzisti italiani del dopoguerra. Quando si dice….gli scherzi della sorte!.
  •       Nel secondo dopoguerra, ci furono momenti di grande tensione tra gli Stati Uniti d’America e la         Russia. Durante questo periodo storico che fu chiamato della “guerra fredda”, non si trovava     nemmeno nello sport e nelle Olimpiadi, se non in limitati casi, modi per superare queste divergenze politiche. Si pensò di inviare in Russia un rappresentante culturale degli Stati Uniti, e fu trovato in Louis  Armstrong, l’indimenticabile Satchmo, nero, tranquillo, sempre pronto a partire, con la sua tromba    dall’inconfondibile sonorità, per dare concerti in tutto il mondo. 
  • Nel 1957, il Governo degli Stati Uniti voleva appunto inviare Armstrong a visitare e suonare nell’Unione Sovietica. Ma esplose un caso di grande insofferenza razziale. “Armstrong era furioso per gli sviluppi in Little Rock, Arkansas, dove una folla di cittadini bianchi e armati, uomini della Guardia Nazionale avevano recentemente bloccato l’ingresso di nove studenti afro-americani nel tutto bianco Central High School”. Ancora un episodio di intolleranza etnica e razziale. Armstrong si rivolse al Presidente degli Stati Uniti, si dichiarò pronto a partire, a patto che il Presidente intervenisse nella situazione che si era creata nell’Arkansas. E così fu.

Satchmo fu gradito al Soviet di Mosca e partì con la sua band per la Russia. Tenne a Mosca un grande concerto e un tour per la Russia riscuotendo un enorme successo.

Ma quello che fecero i nazisti fu qualcosa di straordinaria ferocia. Uccisero più di Sei milioni di ebrei (tedeschi, italiani, francesi, ungheresi, olandesi, finlandesi etc.), in più anche testimoni di Geova, zingari e quant’altro, perché considerati di razza inferiore e quindi non di “pura razza”. E li uccisero tutti… o quasi tutti. Con metodi eseguiti dai più feroci aguzzini e medici del regime nazista, fedelissimi a Hitler, un massacro che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere. I sopravvissuti furono pochi. Si racconta che quando gli americani entrarono ad Auschwitz, trasecolarono, ed erano soldati forgiati nella mente e nel corpo, con esperienze di guerra straordinarie e orrende. Eppure niente era stato sperimentato in passato come quello che trovarono nel campo di sterminio. Alcuni di loro si sentirono male e dovettero ricorrere alle cure degli psichiatri del loro reggimento.

  • Per ultimo vorrei citare Fenestrelle, dove c’è inerpicata tra le montagne una Villa fortificata. Lì vi affluivano banditi del Meridione d’Italia, oppositori politici sia laici che religiosi di tutti i governi in carica, civili accusati di brigantaggio, militari agli arresti o prigionieri di guerra, (da Wik.), vi furono reclusi i condannati ai lavori forzati e tutti subivano maltrattamenti, nutrizione scadente o assente, condanne a morte. Questa fu Fenestrelle dopo l’ unità d’Italia, e lì vi furono imprigionate persone che si erano macchiate di delitti, ladri ed altri soggetti poco raccomandabili. Era una prigione dei Savoia. Vi finirono anche i soldati borbonici che non si arresero all’esercito di Cialdini e tennero le roccaforti di Civitella del Tronto e di Gaeta fino all’ultimo. Quelli che sopravvissero furono fatti prigionieri e inviati in questo carcere sabaudo. Vi affluirono anche dei Garibaldini, quelli che non si accontentarono di avere combattuto per lasciare alla monarchia dei Savoia tutti i territori presi ai Borboni, cioè quella parte esigua degli eroi dei Mille, irriducibili, soldati con cui Garibaldi era partito da Quarto. E quindi s’incontrarono soldati borbonici e garibaldini accomunati nella triste storia di come finiscono i grandi combattenti, e le teste calde. Si era capito che i Savoia non avevano contemplato né vitto né altri beni da consumare, e tutta questa gente sarebbe morta di stenti. Ma siccome resisteva al freddo e alle intemperie e alla fame, allora, si dice, che furono spogliati dei loro vestiti e fu dato loro un telo a testa per coprirsi e per sopravvivere al freddo. Ma il freddo da quelle parti di Fenestrelle era troppo, e tutti morirono assiderati, lasciando anche una documentazione della loro sorte. Non erano tanti, ma fecero una fine orribile.
LA MEMORIA DI QUESTI ECCIDI SI PERDE CON IL TEMPO CHE PASSA …. MA LA MEMORIA NON PUÒ E NON DEVE MORIRE…. E I FATTI CHE LA MEMORIA TRASFERISCE DEVONO ESSERE, COME SI DICE NEI LIBRI DI SCUOLA, DI MONITO PER LE GIOVANI GENERAZIONI.

«Siamo i sogni di noi stessi, barlumi di anime, ignoti a noi stessi…». Fernando Pessoa, una poesia sull’anima — Jung Italia

Poesia di Fernando Pessoa «Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti rimaniamo evanescenti. E tutto il nostro essere non può in parola o in volto giammai trasmutarsi. L’anima nostra è da noi immensamente lontana: per quanta forza si imprima in quei nostri pensieri, mostrando l’anime nostre con far da vetrinisti, indicibili…

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