Gioco d’azzardo

Il retro del bar è una stanza piccola, con qualche sedia e 5 macchine elettroniche disposte lungo la parete più lunga, accese, e sullo schermo appaiono diverse immagini. Ognuno ha la sua. Attorno a quella centrale sono seduti con aria incredula, e con uno sguardo deluso perso tra lo schermo della macchina e il vuoto della parete,  tre ragazzini, poco più che bambini. Ogni macchina propone dei videogiochi alcuni dei quali, come quella che stanno contemplando con animo inquieto i nostri fanciulli, è un gioco dove si inserisce da una fessura una moneta, o un gettone acquistato al banco del bar, dopo di che spingendo in basso una leva posto alla destra della macchinetta, partono sullo schermo della macchina tre file di numeri o di oggetti che girano vorticosamente per rallentare e fermarsi, ognuna con un numero o figura. Se le tre strisce si fermano su uno stesso oggetto, e cioè se appaiono sullo schermo tre oggetti uguali, o tre numeri uguali, la macchina  butta fuori dal suo ventre un numero imprecisato di fiche . E questa è la vincita. Ma se le figure sono diverse e non sono allineate tutte tre su uno stesso oggetto, il giocatore perde la sua fiche. Chi gioca di solito è così allenato che inserisce nella macchina una fiche dopo l’altra, perdendole, per fermarsi soltanto quando si combinano tre figure uguali, e allora il giocatore aspetta che la macchina vomiti le fiche di vincita che raccoglie e mette in un contenitore di plastica. Tutti e tre i ragazzi guardano la macchina centrale, come in trance, con un’ espressione inebetita, propria di coloro che non riescono a darsi pace per essere stati recentemente “ripuliti” di tutti i loro averi, e che non hanno più nemmeno uno spicciolo, tutti tre insieme, per acquistare un’altra sola fiche da giocare.

Entra un giovane di 35-40 anni circa e i tre lo riconoscono come un piccolo industriale del luogo che porta in mano un cospicuo numero di fiche appena acquistate dalla cassa del bar. I tre sgranano gli occhi al vedere tutta quella abbondanza, e non si rendono conto a quanto possa ammontare  il gruzzolo del giovane. Sbarrano gli occhi e seguono la partita tra la macchina e il nuovo giocatore. Si appassionano a tal punto che pare che essi stessi siano in partita. Il giovane al terzo tentativo riesce a guadagnare una vittoria: sullo schermo sono apparse tre ciliege, e da sotto uno scroscio di fiche riempie il contenitore della distribuzione della macchina. Esultano i tre ragazzi, in silenzio però, per non far perdere la concentrazione al giovane, che freddamente continua ad inserire fiche, una alla volta, con velocità. Ma poi una dopo l’altra, le perde  tutte.  La delusione è sul volto soprattutto dei tre ragazzi. Il giovane imprenditore va di là e ritorna con un gran numero di fiche, e ricomincia velocemente a giocare. Le fiche sono di un euro l’una e ad occhio e croce i tre ragazzi convengono in cuor loro che nella prima fase della partita il giovane abbia perso più di 200 euro. Adesso ha in mano fiche per altri 200 o forse 300 euro. Ma anche questi in pochi minuti vengono ingoiati dalla macchina. Il giovane ritorna alla cassa e questa volta acquista una quantità cospicua di fiche. Ma anche queste, in pochi minuti, vengono ingoiate “voracemente” dalla macchina. Il giovane ha perso tutta la somma che aveva in portafoglio. Guarda l’orologio, ha fatto tardi, dà un col pettino al fianco della macchina, come fosse un saluto ad una vecchia amica, ed esce.

I tre ragazzi, allibiti, affascinati, ubriachi di fantasie e di attese deluse, fanno i conti :  il giovane ha perso in poco più di mezzora  2.000 €. E rimangono lì pensierosi a meditare e ad aspettare il prossimo giocatore che alle 4 del pomeriggio entrerà nel retro del bar e continuerà a giocare con la macchina, la quale, senza pensieri e sentimenti, sta lì, in inconscia attesa che qualche altro giocatore  si cimenti con essa, pronta ad ingoiare e a gonfiarsi di fiche.

Ce ne sono tante di storie come questa, così come ci sono giochi più sofisticati, più attraenti, come i video poker, dove si azzardano cifre di danaro grandi e piccole. La macchina specializzata per il poker c’è nel bar, proprio a fianco delle altre, e manda le sue luci azzurrine, soffuse, attraenti, mistificatorie, seduttive, pronta per entrare in attività. Un’attività automatica, non ragionata e continua, destinata ad inghiottire fiche, sino ad una sazietà smisurata, ma non gustata, perché la macchina non gode delle vincite e non soffre delle perdite. Essa è lì per fare il suo percorso di ogni giorno. L’attesa non la sente come tale, giocare o non giocare per essa non ha significato. Essere accesa o spenta o inattiva non le crea nessuna emozione e nessun effetto, né magico, né diabolico, né beato, né dannato.

Invece il fascino del gioco d’azzardo ha preso i tre ragazzi, come prende tutti coloro, giovani o meno giovani, vecchi ed anziani che si avvicinano con un pugno di fiche ad una o all’altra macchina.

Si dice d’azzardo perché il giocatore rischia somme di danaro in suo possesso senza sicurezza alcuna di poterle conservare o senza l’assoluta certezza di poterle incrementare. Spesso tale stato d’animo è accompagnato da un malaugurato presentimento di perdere tutto quello che possiede. Ma non per questo egli è pago, e il gioco non si interrompe.

Ci sono i casinò, dove si giocano somme di denaro in tanti diversi modi, luoghi che in Italia devono essere approvati dallo Stato. Ma vi sono anche molti altri giochi che non hanno bisogno di casinò, giochi con scommesse a cui tanti si appassionano, come il lotto, simili e derivati, e tutti quelli legati alle partite di calcio, alle corse di cavalli, di cani, ai gratta e vinci  e così via.  Alcuni giochi e relative scommesse sono clandestini, ma la maggior parte sono consentiti.    I giochi  legali e autorizzati avrebbero anche uno scopo ricreativo, la loro funzione dovrebbe essere quella di rilassare, di dilettare, di far sognare. Ma spesso i giochi finiscono con l’assumere un sapore amaro e anche drammatico, quando essi si “fanno pesanti”, e il giocatore si ostina caparbiamente a puntare somme sempre più grandi e più consistenti.

Ci sono giocatori che per scommettere, fanno debiti e sacrifici particolari, tanto da mettere in mezzo la famiglia, i figli e la consorte. O ci sono consorti che mettono a repentaglio le risorse della famiglia, perché il gioco d’azzardo non è un gioco che si coniuga solo al maschile, ma anche al femminile. Le donne, al pari degli uomini, sono spesso accanite scommettitrici.

I giochi di tal genere appassionano, purtroppo, anche bambini e ragazzini e non sempre i controlli sono sufficienti ad evitare che essi si cimentino con queste macchine diaboliche. I giocatori, spesso, diventano malati, non resistono alla seduzione del gioco, e si appropriano del denaro necessario per scommettere, per giocare.

Quello che è iniziato come un gioco, piacevole  e divertente, diventa dramma, a volte tragedia. Ci sono casi di suicidi di persone che hanno perduto tutto al gioco.   Il gioco d’azzardo ha attratto tantissime persone, ed è stato descritto anche da grandi romanzieri. “ Il giocatore “ è un romanzo di  Dostoevskij, pubblicato nel 1866 e  scritto per necessità, perché lo scrittore doveva pagare dei debiti di gioco (!!!!).

Ma perché si gioca d’azzardo,  quali sono le motivazioni che sottendono a questa forma di follia, di esasperazione dei sensi e della mente, delle emozioni  più assurde, le più pericolose per la vita e per la salute fisica e psichica?

Il gioco d’azzardo dipende da un impulso incontrollato che porta ad un’azione quasi coercitiva, una “coazione a ripetere” per dirla con Freud, una costrizione a reiterare un certo rituale per raggiungere l’appagamento di un desiderio il più delle volte nascosto, una voglia di sfidare la sorte, il fato, di  ottenere la soddisfazione di impulsi atavici che possono compensare la persona di affetti non goduti o non appagati, o attenzioni da parte dei genitori invano attese, richieste e desiderate, ma non avute. Ne va di mezzo anche la fiducia di sé e del proprio Io, del proprio agire. Spesso la spinta ad azzardare è dovuta ad una scarsa autostima che può avere come triste conforto il gioco contro un nemico inesistente, nemico che vive soltanto dentro il proprio Io sofferente e logorato.

Diventa anche un vizio, un’abitudine dai cui è difficile separarsi, allontanarsi, venirne fuori  per sempre. Nasce quindi una necessità di procacciarsi denaro per soddisfare un’esigenza perversa, ma così intensa  che non permette scampo. Un vizio assurdo dal quale è difficile uscire. Tali impulsi di rivalsa si manifestano appunto in azioni compulsive, che il soggetto deve compiere per smaltire l’ansia che si accumula dentro il proprio IO, forse nelle parti meno conosciute e meno chiare della sua personalità.

Solo la psicoterapia, e a mio modo di vedere, può combattere questa infezione psichica e sortire effetti di pulizia di sortire effetti di questa sindrome complessa e pertinace, ostinata, persistente che assale il soggetto e non lo molla sino alla rovina sia sul piano finanziario che su quello esistenziale.

Il gioco può assumere una forma di perversione che può essere devastante sul piano mentale e che può assumere una particolare importanza sulla sfera personale, privata, ma anche sociale.

Scommettere può essere una cosa esaltante, eccitante, ma occorre che non degradi e non si trasformi in una vera  e propria malattia dell’anima.

Quando diventa un’oscura necessità della persona, allora significa che il giocatore è entrato in un cerchio fatale e stregato, dal quale egli non riesce ad uscire , mentre chiunque voglia penetrarvi non riesce a farlo. Il soggetto è isolato, rinchiuso nella sua solitudine, perso nei suoi oscuri e logoranti pensieri.

Occorre comunque aiutarlo ad  uscire da questa situazione.

Per lo psicoterapeuta  è una sfida  difficile, per i familiari spesso è un’impresa impossibile.

* Antonio VITA

Psicologo-psicoterapeuta

 

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