Memoria e metafore in Psicologia analitica

(È stato pubblicato su Medicitalia.it il seguente articolo sulla Memoria, nel “giorno della Memoria”. Ma tenendo fede al nostro programma di quest’anno sulle metafore dell’amore e delle patologie alimentari, ritengo doveroso indicare il link di Medicitalia, e di trasferire quello che lì è stato scritto anche in uno spazio di questo blog che richiama spesso Medicitalia e gli articoli, anche non miei, che vi sono inseriti.

MEMORIA (e metafora) in Psicologia Analitica.

Ci sono molte metafore nella psicologia, in particolare in quella analitica e del profondo, conservate e tramandate dalla storia, dai miti, dalle leggende e dalle fiabe dei bambini. E da archetipi. Tutto ciò ci aiuta a capire meglio il comportamento umano.

  1. Dicono molti studiosi, anche non psicologi del profondo, che “I ruoli scartati dall’Io sono ruoli considerati colpevoli”. E per liberarci da questo peso, la nostra coscienza li attribuisce ad altri: cioè a soggetti finti, immaginati o inventati. Questo processo mentale, lo  chiamiamo “proiezione”, e ci fa comodo per non sentirci responsabili di molte nostre perverse azioni. Questi soggetti a noi esterni e presenti soltanto nell’ immaginazione sono figure simili a queste: il diavolo, l’orco, la strega, il mago cattivo etc.. Questo dinamismo di difesa a livello individuale si estende anche sul piano “collettivo”. Allora la proiezione è indirizzata non su un essere cattivo, o sul maligno, ma su una razza, su una cultura diversa, su una stirpe, su un popolo. E questo risolleva l’animo di tutti, sia individualmente, combattendo fantasmi interni logoranti e gravosi, sia sul piano collettivo, perché si affrontano immagini collettive, deleterie. E ci si libera di loro.

 

  1. Chiarendo meglio il pensiero esposto, questo dinamismo di difesa permette di tacitare la coscienza. Sia sul piano personale: “non sono stato io a farlo, è stato il “diavolo” che mi ha trascinato a pensare o a fare un’azione cattiva”; sia sul piano collettivo, che permette di attribuire e addossare agli altri, ai soggetti deboli, trasgressivi, irregolari, che la pensano in modo diverso, esseri ignobili, la necessità di assumere le misure per allontanarli in tutti i modi  possibili. Quindi, quello che si rimuove perché è scomodo a sopportarsi, lo si proietta su altri soggetti che  vengono considerati, “collettivamente”, entità perverse, cattive, insulse, fragili,  da disprezzare, e da sconfiggere, a costo di distruggere tutte le espressioni civili di un popolo. E allora avviene la caccia ai lupi, alle bestie che avvelenano e insidiano il “modo di vedere e vivere la vita”.

Quindi, bando al nemico che va distrutto, sconfitto, cancellato dalla faccia della terra,

perché in lui vengono proiettati tutti i malanni e il cattivo comportamento che inconsciamente è stato rimosso perché inquinante.

 

  1. Questo dinamismo permette di comprendere o intuire cosa è una “razza pura”, una razza che non ha limiti per il potere. “”Ciò avviene perché, unitamente all’istinto sessuale che è atavico e primordiale, e permette l’espansione verso la vita, il progresso, e la riproduzione della specie, c’è anche insito nell’inconscio umano un altro istinto, disperato e pericoloso, che è quello “del potere e dell’”onnipotenza”””. Qualcuno attribuiva ad un dittatore moderno queste parole che cito a memoria e in modo impreciso:<quando ti alzi al mattino e rifletti sul fatto che milioni di persone aspettano te per iniziare a vivere un’altra giornata, ti prende un senso di onnipotenza che ti inebria e ti fa sentire straordinariamente essenziale per la vita di tutti>.

 

  1. Se questi soggetti sono deboli, affranti, demotivati e soprattutto “contrari” alle idee correnti, essi devono essere distrutti. I mezzi per farlo sono tanti e la storia ce li ricorda: Troia fu distrutta dalla civiltà ellenica; i Macedoni, con Alessandro il grande ( figlio di Filippo II) distrussero altre civiltà e conquistarono l’oriente, noi stessi dopo la scoperta dell’America, e cioè poco tempo fa, distruggemmo una civiltà, nel Nord, quella degli Indiani d’America che da molti milioni sono ridotti a 200.000 unità e vivono ancora nelle riserve. Gli Stati Uniti non vollero distruggere la civiltà nera, e preferirono comportarsi diversamente: “li assimilarono”, alla loro civiltà, cercando di dissolvere l’apartheid nei loro confronti, anche perché i neri d’Africa, importati con la forza nei secoli scorsi come schiavi,  ultimamente, nel XX secolo, furono gli inventori di una grande musica che proviene dal loro animo, ammalato di tristezza e di “malinconica allegria” e sottoposto a tante tragedie: la musica Jazz.
  2. Sì, proprio il Jazz, già proibito dai Tedeschi nazisti in Germania e nelle terre conquistate, e da Mussolini in Italia, che però si vide crescere in casa un figlio che fu uno dei più grandi jazzisti italiani del dopoguerra. Quando si dice….gli scherzi della sorte!.

Nel secondo dopoguerra, ci furono momenti di grande tensione tra gli Stati Uniti d’America e la Russia. Durante questo periodo storico che fu chiamato della “guerra fredda”, non si trovava nemmeno nello sport e nelle Olimpiadi, se non in limitati casi, modi per superare queste divergenze politiche. Si pensò di inviare in Russia un rappresentante culturale degli Stati Uniti, e fu trovato in Louis Armstrong, l’indimenticabile Satchmo, nero, tranquillo, sempre pronto a partire, con la sua tromba dall’inconfondibile suono, per dare concerti in tutto il mondo.  

Nel 1957, il Governo degli Stati Uniti voleva appunto inviare Armstrong a visitare e suonare nell’Unione Sovietica. Ma esplose un caso di grande insofferenza razziale. “Armstrong era furioso per gli sviluppi in Little Rock, Arkansas, dove una folla di cittadini bianchi e armati, uomini della Guardia Nazionale avevano recentemente bloccato l’ingresso di nove studenti afro-americani nel tutto bianco Central High School”.  Ancora un episodio di intolleranza etnica e razziale. Armstrong si rivolse al Presidente degli Stati Uniti, si dichiarò pronto a partire, a patto che il Presidente intervenisse nella situazione che si era creata nell’Arkansas. E così fu.

Satchmo fu gradito al Soviet di Mosca e partì con la sua band per la Russia. Tenne a Mosca un grande concerto e un tour per la Russia riscuotendo un enorme successo

 

  • Ma quello che fecero i nazisti fu qualcosa di straordinaria ferocia. Uccisero più di Sei milioni di ebrei (tedeschi, italiani, francesi, ungheresi, olandesi, finlandesi etc.), in più anche testimoni di Geova, zingari e quant’altro, perché considerati di razza inferiore e quindi non di “pura razza”. E li uccisero tutti… o quasi tutti. Con metodi eseguiti dai più feroci aguzzini e medici del regime nazista, fedelissimi a Hitler, un massacro che nessuno avrebbe mai immaginato di vedere. I sopravvissuti furono pochi. Si racconta che quando gli americani entrarono ad Auschwitz, trasecolarono, ed erano soldati forgiati nella mente e nel corpo, con esperienze di guerra straordinarie e orrende. Eppure niente era stato sperimentato in passato come quello che trovarono nel campo di sterminio. Alcuni di loro si sentirono male e dovettero ricorrere alle cure degli psichiatri del loro reggimento.

 

  • Per ultimo vorrei citare Fenestrelle, dove c’è inerpicata tra le montagne una Villa fortificata. Lì vi affluivano banditi del Meridione d’Italia, oppositori politici sia laici che religiosi di tutti i governi in carica, civili accusati di brigantaggio, militari agli arresti o prigionieri di guerra, (da Wik.), vi furono reclusi i condannati ai lavori forzati e tutti  subivano maltrattamenti, nutrizione scadente o assente, condanne a morte. Questa fu Fenestrelle dopo l’ unità d’Italia, e lì vi furono imprigionate persone che si erano macchiate di delitti, ladri ed altri soggetti poco raccomandabili. Era una prigione dei Savoia. Vi finirono anche i soldati borbonici che non si arresero all’esercito di Cialdini e tennero le roccaforti di Civitella del Tronto e di Gaeta fino all’ultimo. Quelli che sopravvissero furono fatti prigionieri e inviati in questo carcere sabaudo. Vi affluirono anche dei Garibaldini, quelli che non si accontentarono di avere combattuto per lasciare alla monarchia dei Savoia tutti i territori presi ai Borboni, cioè quella parte esigua degli eroi dei Mille, irriducibili, soldati con cui Garibaldi era partito da Quarto. E quindi s’incontrarono soldati borbonici e garibaldini accomunati nella triste storia di come finiscono i grandi combattenti, e le teste calde. Si era capito che i Savoia non avevano contemplato né vitto né altri beni da consumare, e tutta questa gente sarebbe morta di stenti. Ma siccome resisteva al freddo e alle intemperie e alla fame, allora, si dice, che furono spogliati dei loro vestiti e fu dato loro un telo a testa per coprirsi e per sopravvivere al freddo. Ma il freddo da quelle parti di Fenestrelle era troppo, e tutti morirono assiderati, lasciando anche una documentazione della loro sorte. Non erano tanti, ma fecero una fine orribile.

La memoria di questi eccidi si perde con il tempo che passa …. Ma la memoria non può e non deve morire…. E i fatti che la memoria trasferisce devono essere, come si dice nei libri di scuola, di monito per le giovani generazioni.

La memoria è forse la parte più importante per ogni soggetto umano, e soltanto la memoria ci dà la speranza e il senso dell’eternità degli esseri umani.

 

Annunci

UNIPE – Corso di Psicologia 2017-18

Corso di PSICOLOGIA  per l’anno acc. 2017/2018 UNIPE

 

L’”io e le relazioni

 

1^ Bambini tiranni

2^ Vampirismo tra ragazzi

3^ Le emozioni e il benessere psicofisico

4^ Psicologia, psicoterapia – La consolazione della filosofia

5^ L’ansia e la sua forza – La spossatezza dell’angoscia

6^ Il valore dei sensi

7^ Il riso e il pianto nell’infanzia

8^ Le espressioni dell’animo in fase adulta

9^ la Commedia

10^ La Tragedia

Gli incontri inizieranno il 2 febbraio 2018 alle 18,30

Docente Antonio Vita

antonio.vita@psicovita.it

 

Fiabe – Funzioni psicoterapeutiche

Fiabe – Funzioni psicoterapeutiche

di antoniopsicovita

Da un saggio pubblicato in “Vita dell’Infanzia” dell’Opera Nazionale Montessori

 Aspetti psicologici delle fiabe

          Quando un autore scrive una fiaba, una favola, un racconto per bambini, inserisce nel suo lavoro il suo stato d’animo, le sue aspirazioni, ma anche le sue angosce, le sue ansie, i suoi problemi. Mette cioè nella storia che racconta sia tutto quello che è noto alla sua coscienza, sia quei sentimenti e quelle note affettive che giacciono dentro di sé ma di cui non ha un’immediata percezione.

In altri termini diciamo che l‘autore introduce nella fiaba, sia gli elementi provenienti dalla sua sfera cosciente, sia quelli provenienti dal suo Inconscio.

Il materiale inconscio è quello che giace ed agisce al di fuori dagli stati di coscienza. La nozione la ricaviamo dalla psicoanalisi ed è ampiamente conosciuta e condivisa sia dagli psicologi, sia dagli autori e dagli studiosi di letteratura dell’infanzia dopo gli studi condotti da Freud.

   C.G. Jung, allievo e poi emulo di Freud, unitamente all’“inconscio personale” dovuto al rimosso quotidiano e sede dei “complessi‘ intesi come “nuclei a forte tonalità affettiva” (Freud, Jung, Janet), ipotizza l’esistenza di un “inconscio trans-personale, o collettivo” cioè comune a tutti gli uomini.

L’”inconscio collettivo” è costituito dagli ‘archetipi’ che sono forme di funzionamento della psiche profonda: essi hanno una vita pressoché eterna, o lungamente immutabile nel tempo, vengono ereditati geneticamente ed influenzano notevolmente il concreto operare dell’uomo.

Se essi invadono la coscienza senza “filtri” e senza “controlli” possono essere “numinosi”, cioè possono far vivere alla psiche umana esperienze intense, luminose, estatiche: ovvero possono dar luogo, al contrario, a fenomeni dissociativi e distruttivi per la persona.

Quando invece essi vengono mediati dai complessi dell’inconscio personale, o quando vengono utilizzati dall’attività simbolica espressa dall’Io cosciente, essi sono rivelatori di grandi e nuove idee e riversano nel soggetto la loro immensa energia psichica.

Gli archetipi costituiscono una forza impetuosa e dominante per la psiche umana e possono portare l’UOMO a grandi risultati personali o collettivi.

 

   Nella fiaba, sia che essa venga scritta da un determinato autore, ma soprattutto, quando è frutto di un sapere popolare che esprime e riporta la tradizione di un popolo, vengono proiettati gli elementi dell’inconscio personale e gli archetipi dell’ inconscio collettivo.

Proprio nella fiaba, come nel sogno, gli archetipi assumono forma e si manifestano in immagini e in rappresentazioni.

Ma la storia raccontata in una fiaba è ancora qualcosa di più importante: è la storia della psiche che, attraverso una serie di eventi, a volti pieni di rischi e pericoli, raggiunge una meta, un traguardo, un obiettivo.

   La fiaba diventa la metafora della storia della vita della psiche: narra le vicende, le peripezie, i tormenti, i dolori attraverso i quali la psiche giunge infine alla sua piena maturazione, liberandosi dai complessi che l’avvolgono e la mettono a dura prova, e nutrendosi della forza degli archetipi che, invece di distruggerla, finiscono con il fortificarla, riportandola a vita autentica.

Nella fiaba gli eventi sì snodano in quattro fasi, similmente ai quattro tempi di una sinfonia, di un sogno o di un dramma.

La prima parte della fiaba riporta il luogo, il tempo, i personaggi principali, l’inizio dell’azione: un secondo tempo è dedicato allo svolgimento dell’azione, con intrecci, avventure, episodi, fatti di ogni genere.

La terza parte è quella della crisi, momento culminante in cui il soggetto si trova di fronte ad eventi catastrofici ed apocalittici che possono distruggerlo, e l’ultima parte è la ‘‘lisis” durante la quale il protagonista viene fuori da vincitore e risanato.

   Il bambino che legge la fiaba, o che l’ascolta, partecipa con tutto se stesso alla storia (Bettelheim), perché avverte anche se in modo non chiaro e consapevole, che è una storia che lo riguarda, che è la storia del suo mondo interno, con tutti i conflitti interni di cui spesso egli è in balia, conflitti che non riesce a razionalizzare, a capire, a comprendere, che coinvolgono il protagonista e gli altri personaggi.

Cosicché attraverso l’”identificazione” con i personaggi della fiaba egli riesce a vivere tutte le situazioni conflittuali, angoscianti, ansiose, e alla fine, si libera da tutti quei sentimenti ed affetti negativi che lo avvolgono come in una spirale di nebbia e che vorrebbero trascinarlo verso abissi profondi e sconosciuti.

   Nella fiaba appare sin dall’inizio l’elemento della “trasgressione” cioè il deviare da un sentiero che, il più delle volte, viene invano mostrato da istanze super-egoiche, non ancora completamente assorbite dalle figure parentali.

Il Super Io, infatti, ancora debole, viene aggredito dalle pulsioni dell’”ES”, diventandone preda. Pinocchio trasgredisce alle raccomandazioni del Madre, Cappuccetto Rosso a quelle della Madre. Padre e Madre stanno ad indicare la personificazione di istanze superegoiche non sufficientemente interiorizzate e quindi ancora incapaci di guidare il bambino.

Ma anche questo primo passaggio è importante per far sì che l’Io possa conseguire uno stadio superiore di organizzazione della personalità.

   Nella trasgressione appare già il “rimorso” dell’ IO e l’angoscia dell’ES, con una nascosta tensione ed un inconfessato desiderio di tornare a nuova vita.

La trasgressione trascina il Soggetto in sventurate vicende.

Da un punto di vista della psicologia del profondo, la trasgressione comporta l’inizio di una specie di “immersione” prima nell’inconscio personale, durante il quale il soggetto percepisce le forze contrastanti dei propri conflitti interni, mentre appaiono delle figure che sono rappresentazioni di elementi psichici che provocano al nostro protagonista “paura “e “panico”.

Successivamente l’immersione va verso gli elementi dell’inconscio collettivo: l’immersione è una regressione verso l’inconscio trans- personale, negli Archetipi del collettivo.

Qui il soggetto sperimenta la potenza distruttiva o l’energia creativa degli archetipi.

Questo regredire è anche reso concreto, in molte fiabe o in molti racconti, dagli eventi che il soggetto vive.

Pinocchio passa attraverso varie fasi e il suo discendere verso stadi inconsci è progressivo:

– prima l’incontro con Mangiafuoco, poi il viaggio nel Paese dei Balocchi, infine l’essere inghiottito, il venire incorporato, l’essere immerso nel ventre della balena.

Cappuccetto Rosso sarà ingoiata dal lupo.

L’immersione nell’inconscio personale porta il soggetto verso situazioni d’animo ansiose mentre l’immersione nell’inconscio collettivo lo porta fasi disperate, angosciose ed a stati depressivi.

   Nelle fiabe, infatti, si avverte l’ansia vissuta dal protagonista, stato d’animo che non ha origine negli eventuali nemici, ma dalle situazioni che vengono vissute come negative per sé e per il proprio IO.

L’ansia è, d’altronde, la paura senza oggetto, la paura della paura, come viene descritta in psicoanalisi. E’ quel sentimento ineffabile e intraducibile che afferra Pinocchio (pieno di strani presentimenti), prima di partire per il paese dei balocchi, o quella che prende il burattino mentre aspetta sotto l’albero il Gatto e la Volpe, o quella che afferra Cenerentola quando sta per scoccare mezzanotte.

   Anche l’ angoscia è presente nelle fiabe. Ad esempio in Pinocchio, dopo l’episodio delle gambe bruciate dal fuoco, e poi, quando egli si accorge della sua progressiva trasformazione in asino.

L’angoscia è uno stato d’animo costante che appare in quasi tutte le fiabe famose.

Essa porta a stati di depressione psichica che nella fiaba vengono descritti con molta abilità ed efficacia.

L’immersione è, quindi, fenomeno psichico accompagnato da ambivalenti stati d’animo come quelli descritti, ed è presente in quasi tutti i racconti per l’infanzia.

   Ma l’immersione è un evento che va al di là della fiaba.

La troviamo nella mitologia greca: Achille che viene immerso nelle acque dello Stige e in tal modo diventa immortale; in quella persiana, acquisita poi dai Romani: il mito di Mitra durante il quale il neofita o l’iniziato, viene immerso nel sangue del toro sacrificato; nel Solstizio d’inverno, quando il Sole sta quasi per morire sull’orizzonte e poi ritorna pian piano alto nel cielo; nel seme che viene sepolto nella terra per morirvi e per rinascere a nuova vita.

   Durante questa immersione, i protagonisti incontrano figure fantastiche, che sono espressioni e rappresentazioni di elementi endopsichici, i complessi dell’inconscio personale e gli archetipi dell’inconscio collettivo.

In Pinocchio, il Grillo Parlante è una rappresentazione oggettiva del super io, mentre il Gatto e la Volpe sono due immagini archetipiche che rappresentano l’ipocrisia più velenosa e l’astuzia mista a cattiveria.

La volpe, peraltro, è un animale nelle cui sembianze si nasconde frequentemente una strega (Von Franz).

In Hansel e Gretel i genitori vengono vissuti come divoratori; è il complesso di castrazione (Freud) o l’archetipo della strega divoratrice e la figura negativa della madre che ingoia e distrugge (Jung).

In Cenerentola, le sorellastre rappresentano elementi endo-psichici proiettati, aspetti dell’ombra (Jung), che vengono espulsi dalla sfera inconscia del soggetto, assumendo sembianze di personaggi negativi, pieni di cattiveria, invidia e gelosia.

In Cappuccetto Rosso il lupo rappresenta l’archetipo del maligno che cerca di distruggere la personalità del soggetto.

La Baba Jaga russa è un triplice elemento archetipo che può essere negativo e divoratore, o può assumere al contrario l’aspetto di elemento positivo che aiuta e porta beneficio.

I fantasmi e le creazioni fantasmatiche sono rappresentate anche nei Maghi, Fate, Gnomi, Animali soccorritori.

   Tutte le apparizioni, siano esse negative o positive per il soggetto, sono immagini proiettate.

L’immersione nell’inconscio porta a queste molteplici visioni che si susseguono spesso, senza una sequenza temporale, o senza alcun rapporto spaziale, né alcun collegamento tra causa ed effetto.

L’immersione può iniziare nel soggetto su un piano di negatività e distruttività per poi invece mutarsi in un evento buono, tonificante, salutare. Dopo l’immersione, arriva il momento della crisi durante il quale il soggetto sta per soccombere e per essere sopraffatto dalle forze negative inconsce: a questo punto appare l’elemento salvifico che porta fuori il protagonista dalla situazione disperata.

   Quest’ultima fase, che è quella della “lisis”, è caratterizzata anche dalla trasformazione del protagonista.

La trasformazione avviene come effetto visibile esterno: il brutto anatroccolo che si trasforma in cigno, Pinocchio che si trasforma in bambino, Cenerentola in principessa.

La vera trasformazione, tuttavia, è quella psicologica interna del soggetto che assume consapevolezza di sé e rinasce “ a nuova vita”.

   La fiaba è simile alla storia di una nevrosi in cui tutto ciò che è interno al soggetto viene sperimentato attraverso l’immersione nell’inconscio personale e in quello collettivo, e quindi alla storia di una terapia psicoanalitica.

E nei sogni o nelle fantasie, nei ricordi del soggetto prendono corpo gli incontri con le figure archetipiche, alcune distruttive, altre numinose ed inebrianti, benefiche e soccorritrici.

   La soluzione della fiaba è la storia di una guarigione psichica che si attua sino alla rinascita, alla trasformazione del soggetto che può tornare a governare i moti della sua psiche e di conseguenza gli eventi della sua vita, pieno di nuova energia, capace ora di affrontare il mondo con serenità, con forza, con coraggio e determinazione.

   Gli effetti benefici della fiaba sono incalcolabili.

I bambini sono attratti dal racconto e passano da una fase all’altra rivivendo nel protagonista gli eventi psicologici, indistinti ed ancora ignori, ma già costellati dalle situazioni della vita quotidiana che essi vivono spesso in modo drammatico e con grande timore. In tal modo esorcizzano il male, allontanano gli elementi nefasti e pericolosi, ponendo le basi necessarie, per realizzare la maturazione della propria personalità.

Gli effetti catartici e liberatori dovuti alla fiaba costituiscono la più valida forma di psicoterapia infantile.

   Ma le figure archetipiche che si incontrano nei racconti dei bambini sono tali da costituire elementi benefici e risolutivi per tutti, anche per gli adulti, se essi si avvicinano alle fiabe con semplicità, con sentimento e con candore che sono, d’altronde, gli atteggiamenti e i presupposti indispensabili per ogni autentica trasformazione dell’anima.

        In conclusione, la fiaba assolve a diverse funzioni psicologiche e pedagogiche.

  1. pedagogiche
  • FA CONOSCERE al bambino tanti eventi fausti ed infausti della vita.
  • Insegna a non fidarsi degli sconosciuti, a riconoscere gli imbroglioni e i malfattori dalle persone oneste.
  • Insegna che il bene deve prevalere sul male e che tutti noi siamo chiamati a combattere i nostri stati inconsci pieni di brutture e di turpitudini, di  immoralità e di infamie, facendo predominare le condotte corrette, oneste, leali e giuste.
  1. psicologiche e psicoterapeutiche
  • Fa vivere al soggetto stati d’ansia e d’angoscia. Mette il soggetto a contatto con le sue funzioni psicologiche; li conduce attraverso le impervie strade del bene e del male, fa vivere situazioni pericolose e piene di rischi e di probabili rovine, o, al contrario, verso ascese e redenzioni che portano il soggetto verso la luce, verso l’affermazione di sé e dei suoi aspetti migliori della sua personalità.
  • La fiaba evoca situazioni rassicuranti e felici e permette l’appagamento di desideri nascosti.
  • ESORCIZZA tutti gli elementi violenti, brutti, negativi, ostili della realtà e del mondo che il bambino inizia a conoscere in tutti i suoi aspetti.
  1. La fiaba, inoltre,fa vivere al bambino una vita eroica attraverso la proiezione e l’identificazione del proprio Sé con i personaggi eroici, epici, leggendari, coraggiosi e intrepidi del racconto fiabesco.
  2. Infine, la fiaba fa vivere dentro la propria anima elementi simbolici, situazioni governate da miti e da riti iniziatici.
  3. Il mito è una situazione ineliminabile dalla vita del fanciullo.
  4. Il rito è un momento del percorso che permette l’acquisizione di stati di grazia, di armonia e di decoro, che sono elementi di splendore della propria anima.
  • Il simbolo è l’elemento fondamentale della vita psichica del soggetto umano.
  1. La fiaba permette infine di far vivere al bambino una vita eroica attraverso la proiezione e l’identificazione del proprio Sé con i personaggi eroici, epici, leggendari, coraggiosi e intrepidi del racconto fiabesco.
  2. Infine, fa vivere dentro la propria anima elementi simbolici, situazioni governate da miti e da riti iniziatici. Il mito è una situazione ineliminabile dalla vita del fanciullo. Il rito è un momento del percorso che permette l’acquisizione di stati di grazia, di armonia e di decoro, che sono elementi di splendore della propria anima.

 

 

Nota bibliografica:

  • Bettlheim B., Il mondo incantato, Feltrinelli ed. Milano 1978
  • Freud A., L’io e i meccanismi di difesa, Martinelli ed. Firenze, 1967.
  • Freud S., L’introduzione alla psicoanalisi, Boringhieri ed, Torino, 1974.
  • Freud S., Totem e tabù, Boringhieri ed., Torino 1972.
  • Jacobi J., Complesso, archetipo, simbolo, Boringhieri Torino, 1971.
  • Jung, C.G., La simbolica dello spirito, Einaudi Torino, 1975.
  • Jung C.G., La libido, simboli della trasformazione, Boringhieri vol. 5, Torino
  • Jung – Kereny, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri Torino 1972.
  • Laughlin H.P., La nevrosi nella pratica clinica, Giunti Firenze 1967.
  • Propp V., Morfologia della fiaba, Einaudi Torino 1966.
  • Von Franz M.L., Le fiabe interpretate, Boringhieri Torino, 1969.

Antonio VITA

  • Psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi delle Marche – 
  • Psicoterapeuta – Analista junghiano
  • 62019 – RECANATI (Mc) – Via del Mare 15/a
  • Tel. 071/7572474  cell. 349 4343220
  • Sito web: www.psicovita.it
  • E-mail: antonio.vita@psicovita.it

 

La funzione psicoterapeutica della fiaba

La fiaba – Aspetti psicologici

(Estratto da un saggio pubblicato in “Vita dell’Infanzia” dell’Opera Nazionale Montessori)

Quando un autore scrive una fiaba, una favola, un racconto per bambini, inserisce nel suo lavoro il suo stato d’animo, le sue aspirazioni, ma anche le sue angosce, le sue ansie, i suoi problemi. Mette cioè nella storia che racconta sia tutto quello che è noto alla sua coscienza, sia quei sentimenti e quelle note affettive che giacciono dentro di sé ma di cui non ha un’immediata percezione.

In altri termini diciamo che l‘autore introduce nella fiaba, sia gli elementi provenienti dalla sua sfera cosciente, sia quelli provenienti dal suo Inconscio.

Il materiale inconscio è quello che giace ed agisce al di fuori dagli stati di coscienza. La nozione la ricaviamo dalla psicoanalisi ed è ampiamente conosciuta e condivisa sia dagli psicologi, sia dagli autori e dagli studiosi di letteratura dell’infanzia dopo gli studi condotti da Freud.

C.G. Jung, allievo e poi emulo di Freud, unitamente all’“inconscio personale” dovuto al rimosso quotidiano e sede dei “cornplessi‘ intesi come “nuclei a forte tonalità affettiva” (Freud, Jung, Janet), ipotizza l’esistenza di un “inconscio trans-personale, o collettivo” cioè comune a tutti gli uomini.

L’”inconscio collettivo” è costituito dagli ‘archetipi’ che sono forme di funzionamento della psiche profonda: essi hanno una vita pressoché eterna, o lungamente immutabile nel tempo, vengono ereditati geneticamente ed influenzano notevolmente il concreto operare dell’uomo.

Se essi invadono la coscienza senza “filtri” e senza “controlli” possono essere “numinosi”, cioè possono far vivere alla psiche umana esperienze intense, luminose, estatiche: ovvero possono dar luogo, al contrario, a fenomeni dissociativi e distruttivi per la persona.

Quando invece essi vengono mediati dai complessi dell’inconscio personale, o quando vengono utilizzati dall’attività simbolica espressa dall’Io cosciente, essi sono rivelatori di grandi e nuove idee e riversano nel soggetto la loro immensa energia psichica.

Gli archetipi costituiscono una forza impetuosa e dominante per la psiche umana e possono portare l’UOMO a grandi risultati personali o collettivi.

Nella fiaba, sia che essa venga scritta da un determinato autore, ma soprattutto, quando è frutto di un sapere popolare che esprime e riporta la tradizione di un popolo, vengono proiettati gli elementi dell’inconscio personale e gli archetipi dell’ inconscio collettivo.

Proprio nella fiaba, come nel sogno, gli archetipi assumono forma e si manifestano in immagini e in rappresentazioni.

Ma la storia raccontata in una fiaba è ancora qualcosa di più importante: è la storia della psiche che, attraverso una serie di eventi, a volti pieni di rischi e pericoli, raggiunge una meta, un traguardo, un obiettivo.

La fiaba diventa la metafora della storia della vita della psiche: narra le vicende, le peripezie, i tormenti, i dolori attraverso i quali la psiche giunge infine alla sua piena maturazione, liberandosi dai complessi che l’avvolgono e la mettono a dura prova, e nutrendosi della forza degli archetipi che, invece di distruggerla, finiscono con il fortificarla, riportandola a vita autentica.

Nella fiaba gli eventi sì snodano in quattro fasi, similmente ai quattro tempi di una sinfonia, di un sogno o di un dramma.

La prima parte della fiaba riporta il luogo, il tempo, i personaggi principali, l’inizio dell’azione: un secondo tempo è dedicato allo svolgimento dell’azione, con intrecci, avventure, episodi, fatti di ogni genere.

La terza parte è quella della crisi, momento culminante in cui il soggetto si trova di fronte ad eventi catastrofici ed apocalittici che possono distruggerlo, e l’ultima parte è la ‘‘lisis” durante la quale il protagonista viene fuori da vincitore e risanato.

Il bambino che legge la fiaba, o che l’ascolta, partecipa con tutto se stesso alla storia (Bettelheim), perché avverte anche se in modo non chiaro e consapevole, che è una storia che lo riguarda, che è la storia del suo mondo interno, con tutti i conflitti interni di cui spesso egli è in balia, conflitti che non riesce a razionalizzare, a capire, a comprendere, che coinvolgono il protagonista e gli altri personaggi.

Cosicché attraverso l’”identificazione” con i personaggi della fiaba egli riesce a vivere tutte le situazioni conflittuali, angoscianti, ansiose, e alla fine, si libera da tutti quei sentimenti ed affetti negativi che lo avvolgono come in una spirale di nebbia e che vorrebbero trascinarlo verso abissi profondi e sconosciuti.

Nella fiaba appare sin dall’inizio l’elemento della “trasgressione” cioè il deviare da un sentiero che, il più delle volte, viene invano mostrato da istanze super-egoiche, non ancora completamente assorbite dalle figure parentali.

Il Super Io, infatti, ancora debole, viene aggredito dalle pulsioni dell’”ES”, diventandone preda. Pinocchio trasgredisce alle raccomandazioni del Madre, Cappuccetto Rosso a quelle della Madre. Padre e Madre stanno ad indicare la personificazione di istanze superegoiche non sufficientemente interiorizzate e quindi ancora incapaci di guidare il bambino.

Ma anche questo primo passaggio è importante per far sì che l’Io possa conseguire uno stadio superiore di organizzazione della personalità.

Nella trasgressione appare già il “rimorso” dell’ IO e l’angoscia dell’ES, con una nascosta tensione ed un inconfessato desiderio di tornare a nuova vita.

La trasgressione trascina il Soggetto in sventurate vicende.

Da un punto di vista della psicologia del profondo, la trasgressione comporta l’inizio di una specie di “immersione” prima nell’inconscio personale, durante il quale il soggetto percepisce le forze contrastanti dei propri conflitti interni, mentre appaiono delle figure che sono rappresentazioni di elementi psichici che provocano al nostro protagonista “paura “e “panico”.

Successivamente l’immersione va verso gli elementi dell’inconscio collettivo: l’immersione è una regressione verso l’inconscio trans- personale, negli Archetipi del collettivo.

Qui il soggetto sperimenta la potenza distruttiva o l’energia creativa degli archetipi.

Questo regredire è anche reso concreto, in molte fiabe o in molti racconti, dagli eventi che il soggetto vive.

Pinocchio passa attraverso varie fasi e il suo discendere verso stadi inconsci è progressivo:

– prima l’incontro con Mangiafuoco, poi il viaggio nel Paese dei Balocchi, infine l’essere inghiottito, il venire incorporato, l’essere immerso nel ventre della balena.

Cappuccetto Rosso sarà ingoiata dal lupo.

L’immersione nell’inconscio personale porta il soggetto verso situazioni d’animo ansiose mentre l’immersione nell’inconscio collettivo lo porta fasi disperate, angosciose ed a stati depressivi.

Nelle fiabe, infatti, si avverte l’ansia vissuta dal protagonista, stato d’animo che non ha origine negli eventuali nemici, ma dalle situazioni che vengono vissute come negative per sé e per il proprio IO.

L’ansia è, d’altronde, la paura senza oggetto, la paura della paura, come viene descritta in psicoanalisi. E’ quel sentimento ineffabile e intraducibile che afferra Pinocchio (pieno di strani presentimenti), prima di partire per il paese dei balocchi, o quella che prende il burattino mentre aspetta sotto l’albero il Gatto e la Volpe, o quella che afferra Cenerentola quando sta per scoccare mezzanotte.

Anche l’ angoscia è presente nelle fiabe. Ad esempio in Pinocchio, dopo l’episodio delle gambe bruciate dal fuoco, e poi, quando egli si accorge della sua progressiva trasformazione in asino.

L’angoscia è uno stato d’animo costante che appare in quasi tutte le fiabe famose.

Essa porta a stati di depressione psichica che nella fiaba vengono descritti con molta abilità ed efficacia.

L’immersione è, quindi, fenomeno psichico accompagnato da ambivalenti stati d’animo come quelli descritti, ed è presente in quasi tutti i racconti per l’infanzia.

Ma l’immersione è un evento che va al di là della fiaba.

La troviamo nella mitologia greca: Achille che viene immerso nelle acque dello Stige e in tal modo diventa immortale; in quella persiana, acquisita poi dai Romani: il mito di Mitra durante il quale il neofita o l’iniziato, viene immerso nel sangue del toro sacrificato; nel Solstizio d’inverno, quando il Sole sta quasi per morire sull’orizzonte e poi ritorna pian piano alto nel cielo; nel seme che viene sepolto nella terra per morirvi e per rinascere a nuova vita.

Durante questa immersione, i protagonisti incontrano figure fantastiche, che sono espressioni e rappresentazioni di elementi endo-psichici, i complessi dell’inconscio personale e gli archetipi dell’inconscio collettivo.

In Pinocchio, il Grillo Parlante è una rappresentazione oggettiva del super io, mentre il Gatto e la Volpe sono due immagini archetipiche che rappresentano l’ipocrisia più velenosa e l’astuzia mista a cattiveria.

La volpe, peraltro, è un animale nelle cui sembianze si nasconde frequentemente una strega (Von Franz).

In Hansel e Gretel i genitori vengono vissuti come divoratori; è il complesso di castrazione (Freud) o l’archetipo della strega divoratrice e la figura negativa della madre che ingoia e distrugge (Jung).

In Cenerentola, le sorellastre rappresentano elementi endo-psichici proiettati, aspetti dell’ombra (Jung), che vengono espulsi dalla sfera inconscia del soggetto, assumendo sembianze di personaggi negativi, pieni di cattiveria, invidia e gelosia.

In Cappuccetto Rosso il lupo rappresenta l’archetipo del maligno che cerca di distruggere la personalità del soggetto.

La Baba Jaga russa è un triplice elemento archetipo che può essere negativo e divoratore, o può assumere al contrario l’aspetto di elemento positivo che aiuta e porta beneficio.

I fantasmi e le creazioni fantasmatiche sono rappresentate anche nei Maghi, Fate, Gnomi, Animali soccorritori.

Tutte le apparizioni, siano esse negative o positive per il soggetto, sono immagini proiettate.

L’immersione nell’inconscio porta a queste molteplici visioni che si susseguono spesso, senza una sequenza temporale, o senza alcun rapporto spaziale, né alcun collegamento tra causa ed effetto.

L’immersione può iniziare nel soggetto su un piano di negatività e distruttività per poi invece mutarsi in un evento buono, tonificante, salutare. Dopo l’immersione, arriva il momento della crisi durante il quale il soggetto sta per soccombere e per essere sopraffatto dalle forze negative inconsce: a questo punto appare l’elemento salvifico che porta fuori il protagonista dalla situazione disperata.

Quest’ultima fase, che è quella della “lisis”, è caratterizzata anche dalla trasformazione del protagonista.

La trasformazione avviene come effetto visibile esterno: il brutto anatroccolo che si trasforma in cigno, Pinocchio che si trasforma in bambino, Cenerentola in principessa.

La vera trasformazione, tuttavia, è quella psicologica interna del soggetto che assume consapevolezza di sé e rinasce “ a nuova vita”.

La fiaba è simile alla storia di una nevrosi in cui tutto ciò che è interno al soggetto viene sperimentato attraverso l’immersione nell’inconscio personale e in quello collettivo, e quindi alla storia di una terapia psicoanalitica.

E nei sogni o nelle fantasie, nei ricordi del soggetto prendono corpo gli incontri con le figure archetipiche, alcune distruttive, altre numinose ed inebrianti, benefiche e soccorritrici.

La soluzione della fiaba è la storia di una guarigione psichica che si attua sino alla rinascita, alla trasformazione del soggetto che può tornare a governare i moti della sua psiche e di conseguenza gli eventi della sua vita, pieno di nuova energia, capace ora di affrontare il mondo con serenità, con forza, con coraggio e determinazione.

Gli effetti benefici della fiaba sono incalcolabili.

I bambini sono attratti dal racconto e passano da una fase all’altra rivivendo nel protagonista gli eventi psicologici, indistinti ed ancora ignori, ma già costellati dalle situazioni della vita quotidiana che essi vivono spesso in modo drammatico e con grande timore. In tal modo esorcizzano il male, allontanano gli elementi nefasti e pericolosi, ponendo le basi necessarie, per realizzare la maturazione della propria personalità.

Gli effetti catartici e liberatori dovuti alla fiaba costituiscono la più valida forma di psicoterapia infantile.

Ma le figure archetipiche che si incontrano nei racconti dei bambini sono tali da costituire elementi benefici e risolutivi per tutti, anche per gli adulti, se essi si avvicinano alle fiabe con semplicità, con sentimento e con candore che sono, d’altronde, gli atteggiamenti e i presupposti indispensabili per ogni autentica trasformazione dell’anima.

        In conclusione, la fiaba assolve a diverse funzioni psicologiche e pedagogiche.

  1. pedagogiche
  • FA CONOSCERE al bambino tanti eventi fausti ed infausti della vita.
  • Insegna a non fidarsi degli sconosciuti, a riconoscere gli imbroglioni e i malfattori dalle persone oneste.
  • Insegna che il bene deve prevalere sul male e che tutti noi siamo chiamati a combattere i nostri stati inconsci pieni di brutture e di turpitudini, di  immoralità e di infamie, facendo predominare le condotte corrette, oneste, leali e giuste.
  1. psicologiche e psicoterapeutiche
  • Fa vivere al soggetto stati d’ansia e d’angoscia. Mette il soggetto a contatto con le sue funzioni psicologiche; li conduce attraverso le impervie strade del bene e del male, fa vivere situazioni pericolose e piene di rischi e di probabili rovine, o, al contrario, verso ascese e redenzioni che portano il soggetto verso la luce, verso l’affermazione di sé e dei suoi aspetti migliori della sua personalità.
  • La fiaba evoca situazioni rassicuranti e felici e permette l’appagamento di desideri nascosti.
  • ESORCIZZA tutti gli elementi violenti, brutti, negativi, ostili della realtà e del mondo che il bambino inizia a conoscere in tutti i suoi aspetti.
  1. La fiaba, inoltre,fa vivere al bambino una vita eroica attraverso la proiezione e l’identificazione del proprio Sé con i personaggi eroici, epici, leggendari, coraggiosi e intrepidi del racconto fiabesco.
  2.  Infine, la fiaba fa vivere dentro la propria anima elementi simbolici, situazioni governate da miti e da riti iniziatici.
  • Il mito è una situazione ineliminabile dalla vita del fanciullo.
  • Il rito è un momento del percorso che permette l’acquisizione di stati di grazia, di armonia e di decoro, che sono elementi di splendore della propria anima.
  • Il simbolo è l’elemento fondamentale della vita psichica del soggetto umano.

 

In conclusione la fiaba assolve a diverse funzioni psicologiche e pedagogiche.

  1. pedagogiche
  • FA CONOSCERE al bambino tanti eventi fausti ed infausti della vita.
  • Insegna a non fidarsi degli sconosciuti, a riconoscere gli imbroglioni e i malfattori dalle persone oneste.
  • Insegna che il bene deve prevalere sul male e che tutti noi siamo chiamati a combattere i nostri stati inconsci pieni di brutture e di turpitudini, di  immoralità e di infamie, facendo predominare le condotte corrette, oneste, leali e giuste.
  1. psicologiche e psicoterapeutiche
  • Fa vivere al soggetto stati d’ansia e d’angoscia. Mette il soggetto a contatto con le sue funzioni psicologiche; li conduce attraverso le impervie strade del bene e del male, fa vivere situazioni pericolose e piene di rischi e di probabili rovine, o, al contrario, verso ascese e redenzioni che portano il soggetto verso la luce, verso l’affermazione di sé e dei suoi aspetti migliori della sua personalità.
  • La fiaba evoca situazioni rassicuranti e felici e permette l’appagamento di desideri nascosti.

 

  • ESORCIZZA tutti gli elementi violenti, brutti, negativi, ostili della realtà e del mondo che il bambino inizia a conoscere in tutti i suoi aspetti.
  1. Permette infine di far vivere al bambino una vita eroica attraverso la proiezione e l’identificazione del proprio Sé con i personaggi eroici, epici, leggendari, coraggiosi e intrepidi del racconto fiabesco.
  2. Infine, fa vivere dentro la propria anima elementi simbolici, situazioni governate da miti e da riti iniziatici. Il mito è una situazione ineliminabile dalla vita del fanciullo. Il rito è un momento del percorso che permette l’acquisizione di stati di grazia, di armonia e di decoro, che sono elementi di splendore della propria anima.

Nota bibliografica:

  • Bettlheim B., Il mondo incantato, Feltrinelli ed. Milano 1978
  • Freud A., L’io e i meccanismi di difesa, Martinelli ed. Firenze, 1967.
  • Freud S., L’introduzione alla psicoanalisi, Boringhieri ed, Torino, 1974.
  • Freud S., Totem e tabù, Boringhieri ed., Torino 1972.
  • Jacobi J., Complesso, archetipo, simbolo, Boringhieri Torino, 1971.
  • Jung, C.G., La simbolica dello spirito, Einaudi Torino, 1975.
  • Jung C.G., La libido, simboli della trasformazione, Boringhieri vol. 5, Torino
  • Jung – Kereny, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri Torino 1972.
  • Laughlin H.P., La nevrosi nella pratica clinica, Giunti Firenze 1967.
  • Propp V., Morfologia della fiaba, Einaudi Torino 1966.
  • Von Franz M.L., Le fiabe interpretate, Boringhieri Torino, 1969.

 

 

  •  Antonio VITA –
  • Psicologo – Psicoterapeuta –
  • Iscritto all’Ordine degli Psicologi delle Marche
  • Analista junghiano
  • Via del Mare 15/a
  • 62019 – RECANATI (Mc)
  • Tel. 071/7572474  cell. 349 4343220
  • Sito web: www.psicovita.it
  • E-mail: antonio.vita@psicovita.it

 

 

La funzione psicoterapeutica della fiaba

(da un saggio pubblicato in “Vita dell’Infanzia” dell’Opera Nazionale Montessori)

La fiaba – Aspetti psicologici

          Quando un autore scrive una fiaba, una favola, un racconto per bambini, inserisce nel suo lavoro il suo stato d’animo, le sue aspirazioni, ma anche le sue angosce, le sue ansie, i suoi problemi. Mette cioè nella storia che racconta sia tutto quello che è noto alla sua coscienza, sia quei sentimenti e quelle note affettive che giacciono dentro di sé ma di cui non ha un’immediata percezione.

In altri termini diciamo che l‘autore introduce nella fiaba, sia gli elementi provenienti dalla sua sfera cosciente, sia quelli provenienti dal suo Inconscio.

Il materiale inconscio è quello che giace ed agisce al di fuori dagli stati di coscienza. La nozione la ricaviamo dalla psicoanalisi ed è ampiamente conosciuta e condivisa sia dagli psicologi, sia dagli autori e dagli studiosi di letteratura dell’infanzia dopo gli studi condotti da Freud.

   C.G. Jung, allievo e poi emulo di Freud, unitamente all’“inconscio personale” dovuto al rimosso quotidiano e sede dei “cornplessi‘ intesi come “nuclei a forte tonalità affettiva” (Freud, Jung, Janet), ipotizza l’esistenza di un “inconscio trans-personale, o collettivo” cioè comune a tutti gli uomini.

L’”inconscio collettivo” è costituito dagli ‘archetipi’ che sono forme di funzionamento della psiche profonda: essi hanno una vita pressoché eterna, o lungamente immutabile nel tempo, vengono ereditati geneticamente ed influenzano notevolmente il concreto operare dell’uomo.

Se essi invadono la coscienza senza “filtri” e senza “controlli” possono essere “numinosi”, cioè possono far vivere alla psiche umana esperienze intense, luminose, estatiche: ovvero possono dar luogo, al contrario, a fenomeni dissociativi e distruttivi per la persona.

Quando invece essi vengono mediati dai complessi dell’inconscio personale, o quando vengono utilizzati dall’attività simbolica espressa dall’Io cosciente, essi sono rivelatori di grandi e nuove idee e riversano nel soggetto la loro immensa energia psichica.

Gli archetipi costituiscono una forza impetuosa e dominante per la psiche umana e possono portare l’UOMO a grandi risultati personali o collettivi.

 

   Nella fiaba, sia che essa venga scritta da un determinato autore, ma soprattutto, quando è frutto di un sapere popolare che esprime e riporta la tradizione di un popolo, vengono proiettati gli elementi dell’inconscio personale e gli archetipi dell’ inconscio collettivo.

Proprio nella fiaba, come nel sogno, gli archetipi assumono forma e si manifestano in immagini e in rappresentazioni.

Ma la storia raccontata in una fiaba è ancora qualcosa di più importante: è la storia della psiche che, attraverso una serie di eventi, a volti pieni di rischi e pericoli, raggiunge una meta, un traguardo, un obiettivo.

   La fiaba diventa la metafora della storia della vita della psiche: narra le vicende, le peripezie, i tormenti, i dolori attraverso i quali la psiche giunge infine alla sua piena maturazione, liberandosi dai complessi che l’avvolgono e la mettono a dura prova, e nutrendosi della forza degli archetipi che, invece di distruggerla, finiscono con il fortificarla, riportandola a vita autentica.

Nella fiaba gli eventi sì snodano in quattro fasi, similmente ai quattro tempi di una sinfonia, di un sogno o di un dramma.

La prima parte della fiaba riporta il luogo, il tempo, i personaggi principali, l’inizio dell’azione: un secondo tempo è dedicato allo svolgimento dell’azione, con intrecci, avventure, episodi, fatti di ogni genere.

La terza parte è quella della crisi, momento culminante in cui il soggetto si trova di fronte ad eventi catastrofici ed apocalittici che possono distruggerlo, e l’ultima parte è la ‘‘lisis” durante la quale il protagonista viene fuori da vincitore e risanato.

   Il bambino che legge la fiaba, o che l’ascolta, partecipa con tutto se stesso alla storia (Bettelheim), perché avverte anche se in modo non chiaro e consapevole, che è una storia che lo riguarda, che è la storia del suo mondo interno, con tutti i conflitti interni di cui spesso egli è in balia, conflitti che non riesce a razionalizzare, a capire, a comprendere, che coinvolgono il protagonista e gli altri personaggi.

Cosicché attraverso l’”identificazione” con i personaggi della fiaba egli riesce a vivere tutte le situazioni conflittuali, angoscianti, ansiose, e alla fine, si libera da tutti quei sentimenti ed affetti negativi che lo avvolgono come in una spirale di nebbia e che vorrebbero trascinarlo verso abissi profondi e sconosciuti.

   Nella fiaba appare sin dall’inizio l’elemento della “trasgressione” cioè il deviare da un sentiero che, il più delle volte, viene invano mostrato da istanze super-egoiche, non ancora completamente assorbite dalle figure parentali.

Il Super Io, infatti, ancora debole, viene aggredito dalle pulsioni dell’”ES”, diventandone preda. Pinocchio trasgredisce alle raccomandazioni del Madre, Cappuccetto Rosso a quelle della Madre. Padre e Madre stanno ad indicare la personificazione di istanze superegoiche non sufficientemente interiorizzate e quindi ancora incapaci di guidare il bambino.

Ma anche questo primo passaggio è importante per far sì che l’Io possa conseguire uno stadio superiore di organizzazione della personalità.

   Nella trasgressione appare già il “rimorso” dell’ IO e l’angoscia dell’ES, con una nascosta tensione ed un inconfessato desiderio di tornare a nuova vita.

La trasgressione trascina il Soggetto in sventurate vicende.

Da un punto di vista della psicologia del profondo, la trasgressione comporta l’inizio di una specie di “immersione” prima nell’inconscio personale, durante il quale il soggetto percepisce le forze contrastanti dei propri conflitti interni, mentre appaiono delle figure che sono rappresentazioni di elementi psichici che provocano al nostro protagonista “paura “e “panico”.

Successivamente l’immersione va verso gli elementi dell’inconscio collettivo: l’immersione è una regressione verso l’inconscio trans- personale, negli Archetipi del collettivo.

Qui il soggetto sperimenta la potenza distruttiva o l’energia creativa degli archetipi.

Questo regredire è anche reso concreto, in molte fiabe o in molti racconti, dagli eventi che il soggetto vive.

Pinocchio passa attraverso varie fasi e il suo discendere verso stadi inconsci è progressivo:

– prima l’incontro con Mangiafuoco, poi il viaggio nel Paese dei Balocchi, infine l’essere inghiottito, il venire incorporato, l’essere immerso nel ventre della balena.

Cappuccetto Rosso sarà ingoiata dal lupo.

L’immersione nell’inconscio personale porta il soggetto verso situazioni d’animo ansiose mentre l’immersione nell’inconscio collettivo lo porta fasi disperate, angosciose ed a stati depressivi.

   Nelle fiabe, infatti, si avverte l’ansia vissuta dal protagonista, stato d’animo che non ha origine negli eventuali nemici, ma dalle situazioni che vengono vissute come negative per sé e per il proprio IO.

L’ansia è, d’altronde, la paura senza oggetto, la paura della paura, come viene descritta in psicoanalisi. E’ quel sentimento ineffabile e intraducibile che afferra Pinocchio (pieno di strani presentimenti), prima di partire per il paese dei balocchi, o quella che prende il burattino mentre aspetta sotto l’albero il Gatto e la Volpe, o quella che afferra Cenerentola quando sta per scoccare mezzanotte.

   Anche l’ angoscia è presente nelle fiabe. Ad esempio in Pinocchio, dopo l’episodio delle gambe bruciate dal fuoco, e poi, quando egli si accorge della sua progressiva trasformazione in asino.

L’angoscia è uno stato d’animo costante che appare in quasi tutte le fiabe famose.

Essa porta a stati di depressione psichica che nella fiaba vengono descritti con molta abilità ed efficacia.

L’immersione è, quindi, fenomeno psichico accompagnato da ambivalenti stati d’animo come quelli descritti, ed è presente in quasi tutti i racconti per l’infanzia.

   Ma l’immersione è un evento che va al di là della fiaba.

La troviamo nella mitologia greca: Achille che viene immerso nelle acque dello Stige e in tal modo diventa immortale; in quella persiana, acquisita poi dai Romani: il mito di Mitra durante il quale il neofita o l’iniziato, viene immerso nel sangue del toro sacrificato; nel Solstizio d’inverno, quando il Sole sta quasi per morire sull’orizzonte e poi ritorna pian piano alto nel cielo; nel seme che viene sepolto nella terra per morirvi e per rinascere a nuova vita.

   Durante questa immersione, i protagonisti incontrano figure fantastiche, che sono espressioni e rappresentazioni di elementi endo-psichici, i complessi dell’inconscio personale e gli archetipi dell’inconscio collettivo.

In Pinocchio, il Grillo Parlante è una rappresentazione oggettiva del super io, mentre il Gatto e la Volpe sono due immagini archetipiche che rappresentano l’ipocrisia più velenosa e l’astuzia mista a cattiveria.

La volpe, peraltro, è un animale nelle cui sembianze si nasconde frequentemente una strega (Von Franz).

In Hansel e Gretel i genitori vengono vissuti come divoratori; è il complesso di castrazione (Freud) o l’archetipo della strega divoratrice e la figura negativa della madre che ingoia e distrugge (Jung).

In Cenerentola, le sorellastre rappresentano elementi endo-psichici proiettati, aspetti dell’ombra (Jung), che vengono espulsi dalla sfera inconscia del soggetto, assumendo sembianze di personaggi negativi, pieni di cattiveria, invidia e gelosia.

In Cappuccetto Rosso il lupo rappresenta l’archetipo del maligno che cerca di distruggere la personalità del soggetto.

La Baba Jaga russa è un triplice elemento archetipo che può essere negativo e divoratore, o può assumere al contrario l’aspetto di elemento positivo che aiuta e porta beneficio.

I fantasmi e le creazioni fantasmatiche sono rappresentate anche nei Maghi, Fate, Gnomi, Animali soccorritori.

   Tutte le apparizioni, siano esse negative o positive per il soggetto, sono immagini proiettate.

L’immersione nell’inconscio porta a queste molteplici visioni che si susseguono spesso, senza una sequenza temporale, o senza alcun rapporto spaziale, né alcun collegamento tra causa ed effetto.

L’immersione può iniziare nel soggetto su un piano di negatività e distruttività per poi invece mutarsi in un evento buono, tonificante, salutare. Dopo l’immersione, arriva il momento della crisi durante il quale il soggetto sta per soccombere e per essere sopraffatto dalle forze negative inconsce: a questo punto appare l’elemento salvifico che porta fuori il protagonista dalla situazione disperata.

   Quest’ultima fase, che è quella della “lisis”, è caratterizzata anche dalla trasformazione del protagonista.

La trasformazione avviene come effetto visibile esterno: il brutto anatroccolo che si trasforma in cigno, Pinocchio che si trasforma in bambino, Cenerentola in principessa.

La vera trasformazione, tuttavia, è quella psicologica interna del soggetto che assume consapevolezza di sé e rinasce “ a nuova vita”.

   La fiaba è simile alla storia di una nevrosi in cui tutto ciò che è interno al soggetto viene sperimentato attraverso l’immersione nell’inconscio personale e in quello collettivo, e quindi alla storia di una terapia psicoanalitica.

E nei sogni o nelle fantasie, nei ricordi del soggetto prendono corpo gli incontri con le figure archetipiche, alcune distruttive, altre numinose ed inebrianti, benefiche e soccorritrici.

   La soluzione della fiaba è la storia di una guarigione psichica che si attua sino alla rinascita, alla trasformazione del soggetto che può tornare a governare i moti della sua psiche e di conseguenza gli eventi della sua vita, pieno di nuova energia, capace ora di affrontare il mondo con serenità, con forza, con coraggio e determinazione.

   Gli effetti benefici della fiaba sono incalcolabili.

I bambini sono attratti dal racconto e passano da una fase all’altra rivivendo nel protagonista gli eventi psicologici, indistinti ed ancora ignori, ma già costellati dalle situazioni della vita quotidiana che essi vivono spesso in modo drammatico e con grande timore. In tal modo esorcizzano il male, allontanano gli elementi nefasti e pericolosi, ponendo le basi necessarie, per realizzare la maturazione della propria personalità.

Gli effetti catartici e liberatori dovuti alla fiaba costituiscono la più valida forma di psicoterapia infantile.

   Ma le figure archetipiche che si incontrano nei racconti dei bambini sono tali da costituire elementi benefici e risolutivi per tutti, anche per gli adulti, se essi si avvicinano alle fiabe con semplicità, con sentimento e con candore che sono, d’altronde, gli atteggiamenti e i presupposti indispensabili per ogni autentica trasformazione dell’anima.

        In conclusione, la fiaba assolve a diverse funzioni psicologiche e pedagogiche.

  1. pedagogiche
  • FA CONOSCERE al bambino tanti eventi fausti ed infausti della vita.
  • Insegna a non fidarsi degli sconosciuti, a riconoscere gli imbroglioni e i malfattori dalle persone oneste.
  • Insegna che il bene deve prevalere sul male e che tutti noi siamo chiamati a combattere i nostri stati inconsci pieni di brutture e di turpitudini, di  immoralità e di infamie, facendo predominare le condotte corrette, oneste, leali e giuste.
  1. psicologiche e psicoterapeutiche
  • Fa vivere al soggetto stati d’ansia e d’angoscia. Mette il soggetto a contatto con le sue funzioni psicologiche; li conduce attraverso le impervie strade del bene e del male, fa vivere situazioni pericolose e piene di rischi e di probabili rovine, o, al contrario, verso ascese e redenzioni che portano il soggetto verso la luce, verso l’affermazione di sé e dei suoi aspetti migliori della sua personalità.
  • La fiaba evoca situazioni rassicuranti e felici e permette l’appagamento di desideri nascosti.
  • ESORCIZZA tutti gli elementi violenti, brutti, negativi, ostili della realtà e del mondo che il bambino inizia a conoscere in tutti i suoi aspetti.
  •  
  1. La fiaba, inoltre,fa vivere al bambino una vita eroica attraverso la proiezione e l’identificazione del proprio Sé con i personaggi eroici, epici, leggendari, coraggiosi e intrepidi del racconto fiabesco.
  2.     
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  4.  Infine, la fiaba fa vivere dentro la propria anima elementi simbolici, situazioni governate da miti e da riti iniziatici.
  • Il mito è una situazione ineliminabile dalla vita del fanciullo.
  • Il rito è un momento del percorso che permette l’acquisizione di stati di grazia, di armonia e di decoro, che sono elementi di splendore della propria anima.
  • Il simbolo è l’elemento fondamentale della vita psichica del soggetto umano.

In conclusione la fiaba assolve a diverse funzioni psicologiche e pedagogiche.

  • La fiaba evoca situazioni rassicuranti e felici e permette l’appagamento di desideri nascosti.
  • ESORCIZZA tutti gli elementi violenti, brutti, negativi, ostili della realtà e del mondo che il bambino inizia a conoscere in tutti i suoi aspetti.
  1. Permette infine di far vivere al bambino una vita eroica attraverso la proiezione e l’identificazione del proprio Sé con i personaggi eroici, epici, leggendari, coraggiosi e intrepidi del racconto fiabesco.
  2. Infine, fa vivere dentro la propria anima elementi simbolici, situazioni governate da miti e da riti iniziatici. Il mito è una situazione ineliminabile dalla vita del fanciullo. Il rito è un momento del percorso che permette l’acquisizione di stati di grazia, di armonia e di decoro, che sono elementi di splendore della propria anima.

 

 

Nota bibliografica:

  • Bettlheim B., Il mondo incantato, Feltrinelli ed. Milano 1978
  • Freud A., L’io e i meccanismi di difesa, Martinelli ed. Firenze, 1967.
  • Freud S., L’introduzione alla psicoanalisi, Boringhieri ed, Torino, 1974.
  • Freud S., Totem e tabù, Boringhieri ed., Torino 1972.
  • Jacobi J., Complesso, archetipo, simbolo, Boringhieri Torino, 1971.
  • Jung, C.G., La simbolica dello spirito, Einaudi Torino, 1975.
  • Jung C.G., La libido, simboli della trasformazione, Boringhieri vol. 5, Torino
  • Jung – Kereny, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri Torino 1972.
  • Laughlin H.P., La nevrosi nella pratica clinica, Giunti Firenze 1967.
  • Propp V., Morfologia della fiaba, Einaudi Torino 1966.
  • Von Franz M.L., Le fiabe interpretate, Boringhieri Torino, 1969.

Antonio VITA

Psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi delle Marche – 

Psicoterapeuta – Analista junghiano

62019 – RECANATI (Mc) – Via del Mare 15/a

Tel. 071/7572474  cell. 349 4343220

Sito web: www.psicovita.it

E-mail: antonio.vita@psicovita.it